Quel fatidico 17 aprile di ventiquattro anni fa in Piemonte…

Quel fatidico 17 aprile di ventiquattro anni fa in Piemonte…

Questa volta voglio condividere un ricordo personale del tutto particolare, relativo ad un giorno di ventiquattro anni fa che non ho più dimenticato: il 17 aprile 1991. Che non cadeva neppure di venerdì, come quest’anno, ma di mercoledì. Eppure…
Il 1991 è ricordato come l’anno dell’eruzione del Pinatubo, praticamente una delle ultime maggiori eruzioni vulcaniche che influirono, sia pure in minima parte, sull’andamento della temperatura media globale. Ad aprile avvenne anche la tragedia della Moby Prince. Ma il 17 ed il 18 sono ricordati per la neve in pianura, praticamente in tutto il nord Italia.
All’epoca il nostro Dipartimento (di Fisica Generale, Università di Torino) aveva una stazione di misura a Trino Vercellese, sulla torre di 120 metri costruita a fianco della centrale nucleare mai partita, come era prevista dalla legge per il monitoraggio atmosferico nei pressi delle centrali nucleari. Intorno alla torre, presso alcuni cascinali attigui, alcuni colleghi avevano dislocato delle piccole postazioni con degli strumenti (microbarometri e strumenti vari). Io ero dottorando in Geofisica del consorzio interuniversitario Genova-Torino-Modena. Nell’aprile 1991 decidemmo di fare una visita al laboratorio di Trino ed anche a tutte le stazioni vicine, portando anche con noi un laureando che aveva lavorato per quasi un anno sui dati di Trino, tanto per fargli vedere il sito che era stato oggetto della sua tesi.
Già allora, pur non essendoci previsioni dettagliate come oggi, le incursioni di aria fredda da est erano previste meglio di altri fenomeni, per cui già da qualche giorno si parlava di quell’avvezione; ricordo che sconsigliai la visita in tale giorno. Non arrivai a prevedere la neve, ma che avrebbe fatto un bel temporalone con magari grandine molle, graupel e tanto vento me lo aspettavo. Purtroppo, le logiche degli incroci del tempo libero di tutti non ci diedero altra scelta.
Partimmo dunque di prima mattina in cinque: io vestito in pratica da inverno, gli altri meno. Prima di partire, ricordo che consultai il numero telefonico 1911, che all’epoca era praticamente l’unico mezzo per sapere qualche valore meteo in giro per l’Italia, e sentìi che, nel nordest, faceva parecchio freddo, con temperature già sui 3-4°C. A Torino, invece, cielo sereno e temperature da inizio estate. Quando mi videro, vestito col giaccone pesante e gli scarponi, qualcuno dei colleghi mi prese bonariamente in giro… Io continuavo a ripetere: guardate che arriva, in Veneto fa già freddo. Ma quel cielo azzurro e quel caldo sembravano volermi sfottere…
Passammo la mattinata a fare le misure del caso. Ogni tanto qualcuno dei presenti alzava la testa, guardava il cielo azzurrissimo e terso, si detergeva il sudore, e mi guardava soltanto… o diceva “ma il tuo fronte freddo dov’è?” Verso mezzogiorno, c’erano 18°C, una leggerissima brezza, ed un cielo che lasciava presagire solo altro caldo…
Poi… alle 12 circa, cominciammo a sentire un venticello un pochino più teso. Alzammo la testa e, all’orizzonte verso est, scorgemmo dei nuvoloni scuri; contemporaneamente cominciammo a sentire un sommesso brontolio in distanza. In quel momento, pur non avendo mai sperimentato prima un fenomeno simile dal vivo, sentìi che la previsione era stata corretta: il fronte stava arrivando! Nel giro di qualche minuto, fummo raggiunti dal temporale prefrontale, che si manifestò con raffiche fortissime di vento, tuoni e lampi, pioggia orizzontale. Ora i sudori erano non più di fatica, ma di timore…
Avemmo appena il tempo di riparare nell’attiguo laboratorio, ai piedi della torre. Lì c’era il sistema di acquisizione con display che raccoglieva e visualizzava i dati in tempo reale, e ricordo di aver visto la temperatura letteralmente precipitare, con l’impressionante ed insostenibile rateo di circa 0,1 °C ogni dieci secondi.
Mi resi conto che stavo osservando un evento raro, uno di quelli che, per un appassionato di meteorologia quale ero e sono tuttora, si ricordano poi per tutta la vita.
Decidemmo, su mio consiglio, di andare a mangiare, vista l’ora, e visto che il fenomeno non prometteva di durare così poco. Nessuno ora mi diceva più nulla, e soprattutto nessuno mi prendeva più in giro. Nell’aria, c’era la sensazione che stava succedendo qualcosa di particolare. All’uscita dal pranzo, fummo accolti da ventate gelide: eravamo passati – come temperature – da valori tipici di inizio estate al tardo autunno. Il vento era ancora fortissimo, la temperatura era scesa sotto i 10°C, tuoni e fulmini a tutto andare. Recuperammo i pc lasciati in mattinata negli appositi alloggiamenti delle stazioncine, con non poca fatica, visto il vento e la pioggia sferzante. La portina di uno dei boxini venne divelta dal vento all’atto dell’apertura: nonostante la tenessimo, ci scappò di mano, e dovemmo rincorrerla per i campi: una scena veramente da Paperissima. Più tardi, nei pressi di un’altra cascina, all’atto di aprire una portiera della macchina, la portiera stessa venne spalancata da una raffica di vento improvvisa e si incrinò leggermente, tanto che si richiuse a fatica. Ovviamente tutti coloro che non si erano vestiti in modo adeguato (ovvero sia il laureando che gli altri miei colleghi) si ritrovarono bagnati come dei pulcini. In quel frangente, non nego che guadagnai un’enorme considerazione come previsore meteorologo, visto che avevo avvisato tutti da tempo che quel giorno non era proprio adeguato per una missione in campo…
Alla fine, dopo aver fatto tutto quanto si poteva ancora fare nonostante il maltempo, tornammo in macchina; col  riscaldamento acceso al massimo come se fosse inverno, anche per evitare che i colleghi si ammalassero (io invece ero tranquillo…), e via verso Torino. La temperatura nel frattempo era scesa ancora, indicativamente sui 4-5 °C: adesso, a 24 anni di distanza, devo dire che non ricordo i valori esatti, e comunque non avevamo i termometri addosso, né c’erano le app che si collegavano in internet per farci vedere i valori. Non c’erano neppure i siti di meteobufale: che bei tempi! Per dirla tutta, non c’erano neppure i telefonini. Sì, avete capito bene: per chiamare gli altri, si usavano i telefoni a gettone (!); solo i miliardari avevano le auto col telefono dentro; e dico miliardari perché, all’epoca, non c’era l’euro ma la lira; c’era il MEC invede della UE, e la moneta unica esisteva solo come valore fittizio, e si chiamava ECU. Altri tempi, è vero; ma sono ancora vivo e neppure così vecchio!!!
Nel tragitto verso Torino, cominciammo a veder cadere, nell’incredulità generale, i primi fiocchi di neve e, procedendo verso Chivasso, la precipitazione divenne totalmente nevosa, con accumulo al suolo. Inconcepibile, visto che era il 17 aprile. E anche se – ventiquattro anni fa – il global warming non aveva ancora scaldato per bene il nostro pianeta come oggi, anche perché i valori di CO2 erano nettamente inferiori (eravamo sui 351 ppm… oggi ahimé abbiamo superato i 400!!!), veder nevicare in pianura a metà aprile era un vero shock!

Torino il 17 aprile 1991.

Torino il 18 aprile 1991.

In giro, poi, si vedevano scene veramente comiche, imbarazzanti, da ridere: gente intirizzita e senza ombrello (ma anche se ce l’avevano, era inutilizzabile, a causa del vento), alcuni addirittura in pantaloncini e maniche corte, tutti a piedi o in bici sotto la neve, i cui fiocchi saettavano in orizzontale. Anche in città stava nevicando: una cosa rarissima vedere la neve cadere a tormenta nel centro di Torino! Anche d’inverno.
Più tardi, tornando a casa (abitavo a Baldissero Torinese, dietro Superga), scoprìi che la strada per Superga era stata chiusa, come accadeva d’inverno, probabilmente perché qualcuno aveva provato a salire senza gomme da neve e si era bloccato; per cui dovetti fare il giro da Chieri.

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Il mio giardino a Baldissero Torinese, fotografato la mattina del 19 aprile, quando il fronte e il relativo minimo lasciarono il Piemonte.

Nei due giorni, 17 e 18 aprile, nel mio giardino (a poco meno di 500 metri di quota), misurai 24 cm di neve fresca. La nevicata continuò ancora per parte del 18 aprile, poi il fenomeno cessò. Ricordo che le temperature rimasero comunque fresche, per il periodo, fino ai primi di maggio.
Non farò l’analisi meteorologica, in quanto sul web se ne trovano già infinite. Ne cito qui una per tutte di meteoasti, e qui un altro link al forum di meteopassione. Ma voglio comunque dare qualche numero. Presso la mia stazione di Baldissero Torinese, il 17, la minima del mattino fu 9,2°C, la massima fu 17,8 °C, mentre alle ore 20 c’erano -0,3°C; il giorno dopo, minima di -0,3°C e massima di 3,5°C. Precipitazione: 5 cm di neve il 17, e 19 cm il 18; come pioggia e neve fusa, 12,9 mm il 17 e 25,4 mm il 18. A Torino Buon Pastore (stazione ARPA), il 17 minima 0,6°C e massima 16,7 °C; il 18 minima 0,8°c e massima 8,3°C; precipitazioni come pioggia e neve fusa: 41,2 mm nei due giorni.
Qui di seguito, gli articoli di giornale apparsi nelle varie edizioni provinciali de La Stampa: praticamente in ogni provincia il titolo è più o meno lo stesso, ed in quasi tutte le province piemontesi appare lo stesso articolo del giornalista Minetti che lamenta la mancata previsione della neve fino in pianura. In Liguria, invece, la cronaca non riporta tanto il maltempo o la neve, ma l’effetto del vento sull’allargamento dell’enorme chiazza di petrolio che l’affondamento della Moby Prince aveva rilasciato tra Mar Ligure e Tirreno il 10 aprile 1991, ovvero solo pochi giorni prima.

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4 novembre 1994 – 4 novembre 2014 a confronto

Sono passati quasi venti anni da quel giorno di novembre 1994 in cui il Piemonte venne travolto da un’alluvione che colpì l’immaginario collettivo in quanto si trattava di un fenomeno senza precedenti a memoria d’uomo su una scala così vasta, e che riportava alla mente eventi simili lontani, come l’alluvione di Firenze, che distrusse la città negli stessi giorni del 1966.

Il tutto ebbe inizio nella giornata di venerdì4 novembre, quando violente precipitazioni a carattere temporalesco presero ad abbattersi sulle aree meridionali del Piemonte e sulla costa ligure, estendendosi col passare delle ore a gran parte del territorio regionale, con ratei di oltre 35 mm di pioggia all’ora e picchi di 55 mm/ora. I notiziari ed i giornali tardarono a parlare dell’evento in corso, e quando le immagini cominciarono ad arrivare in TV inondarono le case degli italiani di immagini orribili di vittime, distruzione, rabbia, rassegnazione. Questo video descrive molto bene le dimensioni dell’evento ed i danni. Questo post invece racconta un nostro studio sull’evento, una tesi che ho seguito e che rappresenta uno dei tanti usciti dopo l’evento che si proponeva di capire se e quanto i modelli dell’epoca erano in gradi di ricostruire eventi simili. Eventi che, dopo tale data, si sono susseguiti sempre più intensi e più frequenti, in varie zone d’Italia, riproponendo ogni volta immagini simili di devastazione, incredulità, ed un senso di impotenza e rassegnazione.

Oggi, a venti anni esatti di distanza, uno scherzo del destino ripropone una situazione meteorologica apparentemente simile a quella del 4 novembre 1994. Ma simile quanto? Per tentare di rispondere, proviamo a mettere a confronto alcune mappe e diagrammi relativi al 1994 con le omologhe di oggi. Concentreremo la nostra attenzione, in particolare, su quattro tipi di figure.

La prima figura mostra insieme l’altezza di geopotenziale a 500 hPa (colori e linee nere) e la pressione a livello del mare (linee bianche). La seconda figura mostra le temperature (colori) e l’altezza di geopotenziale a 850 hPa (linee bianche). La terza figura mostra i radiosondaggi eseguiti a Milano. In tutti i casi, la figura a destra si riferisce alla mattina del 4 novembre 1994, e quella a destra alla mattina del 4 novembre 2014. Infine, la quarta mostra le cumulate di pioggia durante l’intero evento; nel 1994, si riferiscono al periodo 4-6 novembre e rappresentano le misure, mentre nel 2014 si riferiscono alle stime della pioggia cumulata prevista da un modello meteorologico. Il modello scelto è il WRF inizializzato GFS che abbiamo fatto girare nei nostri laboratori al fine di produrre le previsioni meteorologiche che pubblichiamo sul nostro sito universitario. Il WRF che abbiamo usato è la versione ARW 3.6, che giriamo su un grigliato padre di 18 km ed un grigliato figlio centrato sul Piemonte di 6 km, guidato dai dati GFS a 1° di risoluzione. Confronti con run eseguiti da altri centri usando modelli simili in configurazioni diverse, o altri modelli, hanno mostrato quantitativi e localizzazioni simili per le piogge previste.

Iniziamo ad esaminare la distribuzione del campo barico al suolo ed in quota. In entrambi i casi si nota un anticiclone robusto sul basso Atlantico, una profonda saccatura tra l’Atlantico e l’Europa, un’altra saccatura a sudovest della Groenlandia, ed un’alta pressione ad est dell’Italia. Apparentemente le configurazioni appaiono simili, ma in realtà ci sono delle differenze

Altezza di geopotenziale a 500 hPa e pressione a livello del mare relative al 4 novembre. A sinistra, 1994; a destra, 2014.

Altezza di geopotenziale a 500 hPa e pressione a livello del mare relative al 4 novembre. A sinistra, 1994; a destra, 2014.

sostanziali. La saccatura del 1994 era più stretta in quanto l’onda anticiclonica in quota sull’Europa orientale presentava un massimo robusto sul Mediterraneo centrale, che includeva anche l’Italia meridionale, ed al suolo era presente una cella anticiclonica molto intensa sulla Scandinavia. La saccatura del 2014 è più allargata e coinvolge anche la Scandinavia; l’anticiclone sull’Europa orientale c’è ma non è molto intenso, e soprattutto non è statico, per cui permette la traslazione del sistema verso est. Nel 1994 la saccatura rimase bloccata per tre giorni in quella posizione, e il flusso di aria fredda lungo il bordo occidentale della saccatura attivò un richiamo di aria calda africana che andò a scorrere proprio sull’Italia. La saccatura di oggi è più profonda, in quota, di quella del 1994, in quanto l’altezza di geopotenziale sulla Gran Bretagna è decisamente inferiore, ma è più allargata e può sfogarsi verso est; pertanto, il flusso di aria calda in quota non è diretto da sud verso nord, come nel 1994, ma da SSO verso NNE, con un minore effetto di convergenza al suolo. Notiamo anche, inoltre, come tutto il sistema si trovi leggermente shiftato verso ovest, sia al suolo che in quota.

Temperatura al livello barico di 850 hPa relativa al 4 novembre. A sinistra, 1994; a destra, 2014.

Temperatura al livello barico di 850 hPa relativa al 4 novembre. A sinistra, 1994; a destra, 2014.

Vediamo ora la situazione a 850 hPa. Qui si può notare come l’aria fredda che scende sul bordo occidentale della saccatura nel 2014 al largo della Spagna sia mediamente più fresca di quanto non lo fu nel 1994, mentre al contrario l’aria calda avvettata dal nord Africa verso l’Italia era leggermente più calda nel 1994 rispetto ad oggi. Notiamo anche come l’Europa orientale risulti mediamente più calda nel 2014 di quanto non lo fosse nel 1994, e questo spiega in parte la pressione al suolo mediamente inferiore.

Radiosondaggio condotto a Milano alle ore 00 UTC del 4 novembre. A sinistra, 1994; a destra, 2014.

Radiosondaggio condotto a Milano alle ore 00 UTC del 4 novembre. A sinistra, 1994; a destra, 2014.

L’analisi del radiosondaggio eseguito a Milano alle 00 UTC mostra una bassa troposfera similmente umida, ma un’alta troposfera nettamente più secca oggi che nel 1994, e questo ci permette di evidenziare un’altra grande differenza tra i due eventi. Nel 1994, l’alluvione arrivò dopo un lungo periodo di piogge precedenti che avevano già saturato il suolo ed innalzato i livelli dei fiumi. L’evento del 2014, nonostante l’estate molto piovosa, avviene dopo un lungo periodo di precipitazioni inferiori alla media e terreni mediamente asciutti o poco umidi; i livelli dei fiumi fino ad ieri erano ben sotto la norma. Ne è prova l’aria più secca che si osserva sopra i 5000 m di quota a Milano oggi. Lo zero termico nel 1994 sfiorava i 4000 metri, e rimase alto durante tutto il periodo dell’alluvione. Oggi lo zero termico supera comunque i 3000 metri di quota, ma è destinato ad abbassarsi lievemente in quanto il flusso di aria meridionale appare meno caldo del 1994 (è meno diretto).

Pioggia accumulata durante l'evento di maltempo. A sinistra: valori osservati relativi alle 72 ore dei giorni 4-5-6 novembre 1994. A destra: valori previsti da WRF/GFS relativi alle 48 ore dei giorni 4-5 novembre 2014.

Pioggia accumulata durante l’evento di maltempo. A sinistra: valori osservati relativi alle 72 ore dei giorni 4-5-6 novembre 1994. A destra: valori previsti da WRF/GFS relativi alle 48 ore dei giorni 4-5 novembre 2014.

Diamo infine un’occhiata ai quantitativi di precipitazione osservati nel 1994 e previsti nel 2014. Si nota come ci siano delle somiglianze sulla localizzazione delle zone che ospitano i massimi di precipitazione, ma anche alcune differenze. Nel 1994, il massimo assoluto della precipitazione fu osservato tra le valli di Lanzo, valle Orco e Soana ed il canavese, e su alto biellese e VCO, mentre sul versante piemontese dell’Appennino ligure e sulle Alpi marittime si registrò un massimo secondario molto localizzato temporalmente. Sul resto della regione, le precipitazioni furono comunque cospicue. L’evento durò tre giorni.

Nel 2014, si prevede che il grosso dell’evento duri tra 24 e 36 ore. I quantitativi di pioggia che, secondo la simulazione di WRF inizializzato GFS, cadranno sulla regione mostrano valori lievemente superiori sulle Alpi marittime, con i massimi però apparentemente localizzati sui versanti francese e ligure (a questo proposito, tuttavia, occorre ricordare che talora i modelli non sempre centrano esattamente la posizione dei massimi, a seguito di imprecisioi anche legate alla rappresentazione approssimata dell’orografia, per cui tali massimi potrebbero anche coinvolgere, nella realtà, il versante piemontese) e valori quantitativamente inferiori sul nord Piemonte, più spostati verso est in quanto coinvolgerebbero la zona compresa tra il canavese e la zona laghi, risparmiando le Alpi Graie. Sulle pianure piemontesi i quantitativi di pioggia risulterebbero decisamente più modesti che nel 1994.

In definitiva, il confronto tra i due eventi, quello in corso e l’alluvione del 1994, mostra come, quest’anno, siamo di fronte ad un evento che – stando alle previsioni – si profila fortunatamente come meno drammatico, pur se i quantitativi di precipitazione previsti, nelle zone in cui si registreranno i massimi, siano talora maggiori di quelli del 1994. Tuttavia, quello che a questo evento mancherebbe è la pioggia generalizzata che, nel 1994, si scaricò su tutta la regione, anche nelle zone dove non si registrarono i massimi, a seguito della stazionarietà del sistema per molte ore sullo stesso territorio. E, soprattutto, la condizione iniziale molto diversa del terreno e dei fiumi, oggi in grado di assorbire parte dell’acqua precipitata, al contrario di quanto avvenne nel 1994, quando erano già saturi e praticamente incapaci di assorbire già le prime piogge. Speriamo che, in questo caso, l’atmosfera sia ubbidiente e segua la previsione dei modelli, sulla quale si basa la mia analisi, in modo da non dover fare la conta dei danni e delle vittime all’indomani del termine dell’evento.

Gli stratocumuli anticiclonici

Non è inusuale, durante le giornate autunnali e invernali, trovarsi in una situazione anticiclonica in cui spesso lo zero termico assume valori molto elevati e, in montagna, si assiste a giornate soleggiate e calde, mentre chi abita in pianura osserva dei cieli grigi che spesso non lasciano passare la radiazione solare neppure nelle ore più calde, oppure si ma limitatamente a 1-2 ore, e con temperature relativamente basse. Perchè si assiste a questa fenomenologia, e perché d’estate è molto più raro?

Per capirlo dobbiamo far ricorso agli insegnamenti della fisica dell’atmosfera. Di norma, quando ci si trova in regime anticiclonico, si è in presenza di correnti che, a livello del suolo, tendono a ruotare in senso orario attorno al massimo di pressione e contemporaneamente a divergere, come mostrato in Fig. 1.

Schema semplificato di circolazione atmosferica in presenza di depressioni e anticicloni. Nella realtà, la verticalità dei flussi subsidenti non è sempre rispettata.

Fig. 1 – Schema semplificato di circolazione atmosferica in presenza di depressioni e anticicloni. Nella realtà, la verticalità dei flussi subsidenti non è sempre rispettata.

La divergenza delle correnti al suolo richiama aria dall’alto e quindi siamo in presenza di moti discendenti (in gergo tecnico: correnti subsidenti) sopra le strutture anticloniche; nella realtà, tali correnti non sono esattamente verticali, ma possono mostrare lievi inclinazioni, soprattutto negli anticicloni dinamici. L’aria in moto discendente tende ad essere secca in quanto la sua temperatura interna aumenta a seguito della compressione adiabatica (l’aria in discesa, incontrando pressioni superiori, viene compressa adiabaticamente e quindi si riscalda) e allontana la massa d’aria dal punto di saturazione del vapore acqueo (questo poiché, in base alla legge di Clausius-Clapeyron, il contenuto di vapore acqueo alla saturazione aumenta esponenzialmente con la temperatura). Come risultato, in generale le correnti discendenti portano cieli sereni o quasi sereni, e non è un caso se la maggior parte delle aree desertiche del mondo si trova nelle fasce di latitudine tropicale, dove i moti verticali associati alle celle di Hadley della circolazione atmosferica globale sono discendenti. Per concludere, aggiungiamo che i moti di tali correnti discendenti sono molto deboli, di pochi cm/s.

Esempio di profilo vrticale di temperatura in area anticiclonica. Immagine semplificata da Università Wyoming e modificata dall'autore del blog.

Fig. 2 – Esempio di profilo vrticale di temperatura in area anticiclonica. Immagine semplificata da Università Wyoming e modificata dall’autore del blog.

A questo ragionamento, tuttavia, va aggiunto un altro fattore, ovvero quanto avviene nello strato limite. Infatti, in condizioni di alta pressione e cielo sereno, il suolo si riscalda e riscalda anche l’aria a contatto col suolo stesso, la quale, essendo leggera, tende a creare delle “bolle d’aria calda” (in gergo tecnico: termiche) che salgono; tale fenomeno si chiama convezione. In una giornata serena anticiclonica, quindi, siamo in presenza di due moti verticali opposti: il moto subsidente di discesa dall’alto verso il basso, legato all’anticiclone, e quello di salita dal basso verso l’alto, legato alla convezione. Chi vince? Generalmente, nessuno dei due. Questo perchè essi avvengono in due strati di atmosfera ben distinti, separati da uno straterello in cui la temperatura aumenta con la quota (inversione termica). Perchè si forma la zona di inversione termica? Perché, generalmente, la compressione adiabatica riscalda molto sensibilmente la massa d’aria, la quale assume temperature quindi molto alte. L’aria in salita dal suolo è soggetta allo stesso processo, ma siccome sale e incontra pressioni inferiori, si espande adiabaticamente, diminuendo quindi la propria temperatura. Quando le due masse d’aria si incontrano, risulta sensibilmente più calda quella che scende, e pertanto il moto si arresta (l’aria meno densa non può penetrare dentro quella più densa). In Fig. 2 è rappresentato un profilo verticale reale di temperatura eseguito in una località tropicale che ben evidenzia i due strati con profilo adiabatico, sopra e sotto la zona di inversione termica. Questo tipo di profili rappresenta la norma nelle zone tropicali, ma situazioni simili si verificano anche in prossimità dei massimi anticiclonici delle medie latitudini, specialmente durante la stagione estiva e quando l’umidità atmosferica nello strato limite non è troppo alta.

Radiosondaggio del 18 ottobre 2014 ore 00UTC a Cuneo. Fonte: università Wyoning.

Fig. 3 – Radiosondaggio del 18 ottobre 2014 ore 00UTC a Cuneo. Fonte: università Wyoning.

Radiosondaggio del 19 ottobre 2014 ore 00UTC a Cuneo. Fonte: università Wyoning.

Fig. 4 – Radiosondaggio del 19 ottobre 2014 ore 00UTC a Cuneo. Fonte: università Wyoning.

Cosa c’entra l’umidità? C’entra. Perchè, durante i moti convettivi nello strato limite, se l’umidità dell’aria è elevata, può succedere che il raffreddamento dell’aria durante la salita porti il vapore acqueo a superare il punto di saturazione, favorendone quindi la condensazione in minute goccioline di nube. Si formano, quindi, delle nubi le quali, data la loro collocazione all’interno dello strato limite e il loro limitato sviluppo verticale (sono limitate in alto dalla base dell’inversione termica), rientrano nella categoria degli stratocumuli.

In presenza di stratocumuli, nello strato limite il soleggiamento risulta ridotto o assente, e pertanto il suolo non si riscalda. L’atmosfera in tale strato rimane pressoché neutrale, ovvero né stabile né instabile, e i debolissimi moti verticali risultanti sono dovuto soltanto alla turbolenza episodica o residua dentro tale strato. D’estate, la lunga durata delle ore di sole in genere alla lunga provoca la rimozione dello strato di inversione, almeno temporaneamente nelle ore più calde, e le termiche riescono a diminuire l’umidità nello strato limite diluendola in quota. D’inverno, date le temperature inferiori e lo scarso soleggiamento, spesso lo strato limite risulta separato dall’atmosfera superiore, e in presenza di nubi il soleggiamento è più difficoltoso; talora lo strato di nubi si rompe soltanto nelle ore più calde del giorno, quando la radiazione solare è più efficace, ma si riforma poi quasi immediatamente all’avvicinarsi del tramonto.

Immagine satellitare nella banda del visibile alle ore 10:30 locali del 19/10/2014. Fonte: sat24.com

Fig. 5 – Immagine satellitare nella banda del visibile alle ore 10:30 locali del 19/10/2014. Fonte: sat24.com

Come esempio, guardiamo il radiosondaggio notturno registrato a Cuneo alle 00UTC del 18/10/2014, in condizioni di cielo poco nuvoloso (Fig. 3) e quello registrato 24 ore dopo, sempre a Cuneo, alle 00UTC del 19/10/2014, in condizioni di cielo coperto da stratocumuli (Fig. 4). Si nota l’irrobustimento dello strato di inversione termica sopra la città.

Se l’estensione verticale il giorno 18 era maggiore, l’intensità in termini di differenza di temperatura era invece minore; il giorno 19, lo strato si estende da circa 900 a 1600 metri, e l’inversione termica assomma a quasi 10 °C, valore che spiega bene il denso strato di stratocumuli presente su praticamente tutto il Piemonte e su gran parte della pianura padana, ad eccezione delle aree apine e prealpine (immagine satellitare in Fig. 5).

Con queste premesse, si può quindi capire come, anche in condizioni anticicloniche, che quindi sono legate a stabilità dell’aria che sfavorisce i moti verticali turbolenti, è possibile avere cieli nuvolosi; talora, nelle giornate invernali o autunnali caratterizzate da inversioni termiche molto pronunciate, lo strato di stratocumuli può essere così spesso da dare origine a deboli precipitazioni (pioviggini o piogge leggere) mentre, al di sopra dell’inversione, il cielo può essere sereno e le temperature molto gradevoli.