4 novembre 1994 – 4 novembre 2014 a confronto

Sono passati quasi venti anni da quel giorno di novembre 1994 in cui il Piemonte venne travolto da un’alluvione che colpì l’immaginario collettivo in quanto si trattava di un fenomeno senza precedenti a memoria d’uomo su una scala così vasta, e che riportava alla mente eventi simili lontani, come l’alluvione di Firenze, che distrusse la città negli stessi giorni del 1966.

Il tutto ebbe inizio nella giornata di venerdì4 novembre, quando violente precipitazioni a carattere temporalesco presero ad abbattersi sulle aree meridionali del Piemonte e sulla costa ligure, estendendosi col passare delle ore a gran parte del territorio regionale, con ratei di oltre 35 mm di pioggia all’ora e picchi di 55 mm/ora. I notiziari ed i giornali tardarono a parlare dell’evento in corso, e quando le immagini cominciarono ad arrivare in TV inondarono le case degli italiani di immagini orribili di vittime, distruzione, rabbia, rassegnazione. Questo video descrive molto bene le dimensioni dell’evento ed i danni. Questo post invece racconta un nostro studio sull’evento, una tesi che ho seguito e che rappresenta uno dei tanti usciti dopo l’evento che si proponeva di capire se e quanto i modelli dell’epoca erano in gradi di ricostruire eventi simili. Eventi che, dopo tale data, si sono susseguiti sempre più intensi e più frequenti, in varie zone d’Italia, riproponendo ogni volta immagini simili di devastazione, incredulità, ed un senso di impotenza e rassegnazione.

Oggi, a venti anni esatti di distanza, uno scherzo del destino ripropone una situazione meteorologica apparentemente simile a quella del 4 novembre 1994. Ma simile quanto? Per tentare di rispondere, proviamo a mettere a confronto alcune mappe e diagrammi relativi al 1994 con le omologhe di oggi. Concentreremo la nostra attenzione, in particolare, su quattro tipi di figure.

La prima figura mostra insieme l’altezza di geopotenziale a 500 hPa (colori e linee nere) e la pressione a livello del mare (linee bianche). La seconda figura mostra le temperature (colori) e l’altezza di geopotenziale a 850 hPa (linee bianche). La terza figura mostra i radiosondaggi eseguiti a Milano. In tutti i casi, la figura a destra si riferisce alla mattina del 4 novembre 1994, e quella a destra alla mattina del 4 novembre 2014. Infine, la quarta mostra le cumulate di pioggia durante l’intero evento; nel 1994, si riferiscono al periodo 4-6 novembre e rappresentano le misure, mentre nel 2014 si riferiscono alle stime della pioggia cumulata prevista da un modello meteorologico. Il modello scelto è il WRF inizializzato GFS che abbiamo fatto girare nei nostri laboratori al fine di produrre le previsioni meteorologiche che pubblichiamo sul nostro sito universitario. Il WRF che abbiamo usato è la versione ARW 3.6, che giriamo su un grigliato padre di 18 km ed un grigliato figlio centrato sul Piemonte di 6 km, guidato dai dati GFS a 1° di risoluzione. Confronti con run eseguiti da altri centri usando modelli simili in configurazioni diverse, o altri modelli, hanno mostrato quantitativi e localizzazioni simili per le piogge previste.

Iniziamo ad esaminare la distribuzione del campo barico al suolo ed in quota. In entrambi i casi si nota un anticiclone robusto sul basso Atlantico, una profonda saccatura tra l’Atlantico e l’Europa, un’altra saccatura a sudovest della Groenlandia, ed un’alta pressione ad est dell’Italia. Apparentemente le configurazioni appaiono simili, ma in realtà ci sono delle differenze

Altezza di geopotenziale a 500 hPa e pressione a livello del mare relative al 4 novembre. A sinistra, 1994; a destra, 2014.

Altezza di geopotenziale a 500 hPa e pressione a livello del mare relative al 4 novembre. A sinistra, 1994; a destra, 2014.

sostanziali. La saccatura del 1994 era più stretta in quanto l’onda anticiclonica in quota sull’Europa orientale presentava un massimo robusto sul Mediterraneo centrale, che includeva anche l’Italia meridionale, ed al suolo era presente una cella anticiclonica molto intensa sulla Scandinavia. La saccatura del 2014 è più allargata e coinvolge anche la Scandinavia; l’anticiclone sull’Europa orientale c’è ma non è molto intenso, e soprattutto non è statico, per cui permette la traslazione del sistema verso est. Nel 1994 la saccatura rimase bloccata per tre giorni in quella posizione, e il flusso di aria fredda lungo il bordo occidentale della saccatura attivò un richiamo di aria calda africana che andò a scorrere proprio sull’Italia. La saccatura di oggi è più profonda, in quota, di quella del 1994, in quanto l’altezza di geopotenziale sulla Gran Bretagna è decisamente inferiore, ma è più allargata e può sfogarsi verso est; pertanto, il flusso di aria calda in quota non è diretto da sud verso nord, come nel 1994, ma da SSO verso NNE, con un minore effetto di convergenza al suolo. Notiamo anche, inoltre, come tutto il sistema si trovi leggermente shiftato verso ovest, sia al suolo che in quota.

Temperatura al livello barico di 850 hPa relativa al 4 novembre. A sinistra, 1994; a destra, 2014.

Temperatura al livello barico di 850 hPa relativa al 4 novembre. A sinistra, 1994; a destra, 2014.

Vediamo ora la situazione a 850 hPa. Qui si può notare come l’aria fredda che scende sul bordo occidentale della saccatura nel 2014 al largo della Spagna sia mediamente più fresca di quanto non lo fu nel 1994, mentre al contrario l’aria calda avvettata dal nord Africa verso l’Italia era leggermente più calda nel 1994 rispetto ad oggi. Notiamo anche come l’Europa orientale risulti mediamente più calda nel 2014 di quanto non lo fosse nel 1994, e questo spiega in parte la pressione al suolo mediamente inferiore.

Radiosondaggio condotto a Milano alle ore 00 UTC del 4 novembre. A sinistra, 1994; a destra, 2014.

Radiosondaggio condotto a Milano alle ore 00 UTC del 4 novembre. A sinistra, 1994; a destra, 2014.

L’analisi del radiosondaggio eseguito a Milano alle 00 UTC mostra una bassa troposfera similmente umida, ma un’alta troposfera nettamente più secca oggi che nel 1994, e questo ci permette di evidenziare un’altra grande differenza tra i due eventi. Nel 1994, l’alluvione arrivò dopo un lungo periodo di piogge precedenti che avevano già saturato il suolo ed innalzato i livelli dei fiumi. L’evento del 2014, nonostante l’estate molto piovosa, avviene dopo un lungo periodo di precipitazioni inferiori alla media e terreni mediamente asciutti o poco umidi; i livelli dei fiumi fino ad ieri erano ben sotto la norma. Ne è prova l’aria più secca che si osserva sopra i 5000 m di quota a Milano oggi. Lo zero termico nel 1994 sfiorava i 4000 metri, e rimase alto durante tutto il periodo dell’alluvione. Oggi lo zero termico supera comunque i 3000 metri di quota, ma è destinato ad abbassarsi lievemente in quanto il flusso di aria meridionale appare meno caldo del 1994 (è meno diretto).

Pioggia accumulata durante l'evento di maltempo. A sinistra: valori osservati relativi alle 72 ore dei giorni 4-5-6 novembre 1994. A destra: valori previsti da WRF/GFS relativi alle 48 ore dei giorni 4-5 novembre 2014.

Pioggia accumulata durante l’evento di maltempo. A sinistra: valori osservati relativi alle 72 ore dei giorni 4-5-6 novembre 1994. A destra: valori previsti da WRF/GFS relativi alle 48 ore dei giorni 4-5 novembre 2014.

Diamo infine un’occhiata ai quantitativi di precipitazione osservati nel 1994 e previsti nel 2014. Si nota come ci siano delle somiglianze sulla localizzazione delle zone che ospitano i massimi di precipitazione, ma anche alcune differenze. Nel 1994, il massimo assoluto della precipitazione fu osservato tra le valli di Lanzo, valle Orco e Soana ed il canavese, e su alto biellese e VCO, mentre sul versante piemontese dell’Appennino ligure e sulle Alpi marittime si registrò un massimo secondario molto localizzato temporalmente. Sul resto della regione, le precipitazioni furono comunque cospicue. L’evento durò tre giorni.

Nel 2014, si prevede che il grosso dell’evento duri tra 24 e 36 ore. I quantitativi di pioggia che, secondo la simulazione di WRF inizializzato GFS, cadranno sulla regione mostrano valori lievemente superiori sulle Alpi marittime, con i massimi però apparentemente localizzati sui versanti francese e ligure (a questo proposito, tuttavia, occorre ricordare che talora i modelli non sempre centrano esattamente la posizione dei massimi, a seguito di imprecisioi anche legate alla rappresentazione approssimata dell’orografia, per cui tali massimi potrebbero anche coinvolgere, nella realtà, il versante piemontese) e valori quantitativamente inferiori sul nord Piemonte, più spostati verso est in quanto coinvolgerebbero la zona compresa tra il canavese e la zona laghi, risparmiando le Alpi Graie. Sulle pianure piemontesi i quantitativi di pioggia risulterebbero decisamente più modesti che nel 1994.

In definitiva, il confronto tra i due eventi, quello in corso e l’alluvione del 1994, mostra come, quest’anno, siamo di fronte ad un evento che – stando alle previsioni – si profila fortunatamente come meno drammatico, pur se i quantitativi di precipitazione previsti, nelle zone in cui si registreranno i massimi, siano talora maggiori di quelli del 1994. Tuttavia, quello che a questo evento mancherebbe è la pioggia generalizzata che, nel 1994, si scaricò su tutta la regione, anche nelle zone dove non si registrarono i massimi, a seguito della stazionarietà del sistema per molte ore sullo stesso territorio. E, soprattutto, la condizione iniziale molto diversa del terreno e dei fiumi, oggi in grado di assorbire parte dell’acqua precipitata, al contrario di quanto avvenne nel 1994, quando erano già saturi e praticamente incapaci di assorbire già le prime piogge. Speriamo che, in questo caso, l’atmosfera sia ubbidiente e segua la previsione dei modelli, sulla quale si basa la mia analisi, in modo da non dover fare la conta dei danni e delle vittime all’indomani del termine dell’evento.

Annunci
Ondate di tempesta: l’uragano Sandy

Ondate di tempesta: l’uragano Sandy

Ripropongo qui sul mio blog la traduzione in italiano di un interessante post pubblicato ieri 29 ottobre 2014 su Real Climate, in questo sito. Con l’intento di pubblicizzare un libro sulle conseguenze dell’uragano Sandy negli USA, sono stati estratti da tale libro alcuni passaggi chiave di poche righe nei quali si discute in modo (a mio giudizio) molto chiaro sul funzionamento dei modelli per le previsioni meteorologiche, sui collegamenti tra eventi estremi e cambiamenti climatici, e sulla questione dell’importanza delle politiche di adattamento e mitigazione nella prevenzione dei danni futuri. La questione assume particolare rilevanza pensando che, non più tardi di tre settimane fa, diverse aree del nostro paese hanno subito ancora una volta danni ingenti ad opera di fenomeni estremi. Anche se la genesi dei fenomeni era diversa, la discussione sulla relazione tra il verificarsi di tali eventi ed i cambiamenti climatici in corso appare del tutto adatta, così come appare scritta appositamente per noi anche la discussione sulle opere di mitigazione ed adattamento necessarie per minimizzare danni e vittime.

Ho tradotto la parola inglese “surge” del titolo originale del post (Storm surge: Hurricane Sandy) con l’espressione italiana “ondate”. Non si tratta di una traduzione letterale, ma la scelta è stata veicolata dalla considerazione che il principale effetto distruttivo dell’uragano sulla terraferma è stato causato dalla violenza delle ondate lungo le aree costiere, e dall’allagamento delle zone sotterranee e, talora, anche superficiali da parte di acqua marina proveniente dall’oceano.

Allo stesso tempo, ho tradotto “storm” con “tempesta”, da intendersi non nel senso di grandine ma in quello di sistema meteorologico in grado di provocare danni a causa dell’estrema intensità del vento e, talora, anche delle precipitazioni ad essa associate.

Infine, ricordo che “uragano” (hurricane) è il modo americano di chiamare i cicloni tropicali atlantici, che invece in Asia sono chiamati tifoni (typhoon) ed in Oceania semplicemente cicloni (cyclones o cyclonic storms). Questi sistemi hanno una genesi e dinamica completamente diversa da quelli che si verificano invece alle medie latitudini, e che sono sempre chiamati cicloni ma extratropicali (extratropical cyclones): in quelli tropicali, infatti, l’energia del sistema deriva dalla condensazione del vapore acqueo “aspirato” dal sistema sopra la superficie del mare (e questo è il motivo per il quale, generalmente, tali sistemi si dissipano quando si trovano su mari più freschi o sopra la teraferma, dove la quantità di vapore acqueo è minore), mentre in quelli extratropicali l’energia è insita alla baroclinicità del sistema e proviene dalla differenza di temperatura tra la massa d’aria calda (tipicamente subtropicale) e quella fredda (tipicamente subpolare, talora artica) dal cui scontro ha origine il sistema. Per concludere questa breve digressione, ricordiamo che anche nel Mediterraneo possono formarsi dei cicloni tropicali (vengono chiamati Medicane – crasi di Mediterranean hurricane – oppure TLC – acronimo di Tropical Like Cyclones: si veda questo mio post scritto in occasione dell’ultimo evento verificatosi sul Mediterraneo, nel novembre 2011), anche se sono piuttosto rari (mediamente nell’ultimo quarantennio se ne sono verificati circa uno all’anno); poiché sia la temperatura superficiale sia l’estensione del Mediterraneo sono notevolmente inferiori a quelle di un oceano tropicale, tali sistemi hanno una genesi mista e generalmente rimangono di debole intensità per tutta la loro breve vita.

Veniamo ora alla traduzione del post di Real Climate.

copertina libro Adam Sobel "Storm Surge: Hurricane Sandy, Our Changing Climate, and Extreme Weather of the Past and Future"

La copertina del nuovo libro di Adam Sobel “Storm Surge: Hurricane Sandy, Our Changing Climate, and Extreme Weather of the Past and Future”

Nel secondo anniversario del giorno in cui il Superstorm Sandy ha toccato terra [NdT: 29 ottobre 2012], abbiamo preparato alcuni estratti del nuovo libro di Adam Sobel “Storm Surge: Hurricane Sandy, Our Changing Climate, and Extreme Weather of the Past and Future”. Si tratta di un’ottima lettura che spazia dalla meteorologia dell’evento, alla preparazione, alle risposte e implicazioni per il futuro.

Estratti

Il 28 ottobre 2012, un uragano gigante e deforme ha fatto una svolta a sinistra rispetto alla sua precedente traiettoria verso nord sull’Oceano Atlantico e si è diretto verso la costa del New Jersey. La sera del 29 ottobre, a seguito di un percorso mai osservato in precedenza in 160 anni di osservazioni di uragani sull’Atlantico, il centro della tempesta ha toccato terra nei pressi di Atlantic City.

La dimensione della tempesta, così come la traiettoria, non hanno precedenti nella memoria scientifica. Sandy è stato il più grande uragano mai osservato nei diversi decenni in cui esistono misure di buona qualità delle dimensioni degli uragani atlantici.

Uragano Sandy

Immagine dell’uragano Sandy (fonte: NASA)

Quando toccò terra, venti di burrasca interessarono una gran parte della costa orientale e un enorme gruppo di costruzioni sull’oceano. A nord del centro del ciclone, le correnti orientali di Sandy si spinsero per oltre mille miglia sul mare prima di arrivare a terra, creando enormi ondate: una serie gigante di lente ondate che hanno letteralmente trascinato l’oceano verso l’interno, come un’enorme alta marea, sommergendo alcuni dei territori più densamente popolati, economicamente attivi, e preziosi.

L’entità del disastro è stata storica. A New York, l’acqua non era mai arrivata così in alto almeno dal 1821, se poi. Per le persone nelle zone più colpite, si è trattato di un evento che gli ha rovinato la vita, in alcuni casi letteralmente.

Mentre il bilancio delle vittime è stato contenuto rispetto all’uragano Katrina, ed estremamente basso rispetto a quello dei peggiori disastri causati da cicloni tropicali nella storia recente di tutto il mondo [NdT: si veda, ad esempio, il caso del tifone Haiyan sulle Filippine, nel 2013, che ha fatto oltre seimila vittime], è stato comunque abbastanza alto da essere gravemente scioccante qui, a New York City, dove perdere la vita per un uragano era visto come un qualcosa che accade solo in luoghi lontani. Molte, moltissime persone hanno visto le loro case distrutte, e in alcuni casi interi quartieri. L’uragano ha paralizzato le infrastrutture di uno dei più vivaci centri economici e culturali del mondo per settimane intere. Il danno economico è stato conteggiato in almeno cinquanta miliardi di dollari, e forse ancora di più: 65 miliardi.

Vista aerea della distruzione causata da Sandy nelle aree costiere del New Jersey scattatadurante una missione del 1-150 Assault Helicopter Battalion, New Jersey Army National Guard, il giorno 30 ottobre 2012  (foto U.S. Air Force di Master Sgt. Mark C. Olsen/Released).

Vista aerea della distruzione causata da Sandy nelle aree costiere del New Jersey scattatadurante una missione del 1-150 Assault Helicopter Battalion, New Jersey Army National Guard, il giorno 30 ottobre 2012 (foto U.S. Air Force di Master Sgt. Mark C. Olsen/Released).

Le lezioni fondamentali che possiamo trarre da Sandy ruotano attorno alle previsioni: come facciamo le previsioni del comportamento dell’atmosfera, e il modo in cui vi rispondiamo una volta che sono state fatte. Fare le previsioni del tempo è un’impresa unica. La gente fa previsioni di molti tipi: sui risultati delle elezioni, o sulle partite di baseball, o sulle fluttuazioni del mercato azionario, o su questioni economiche ancor più grandi. Alcune di queste previsioni si basano su modelli matematici. La maggior parte di questi modelli matematici sono statistici, nel senso che usano regole empiriche sulla base di quanto è successo in passato. I modelli utilizzati per le previsioni del tempo (e i loro parenti stretti, i modelli per la previsione del clima), al contrario, sono dinamici. Usano le leggi della fisica per prevedere come il tempo cambia da un momento all’altro. Le leggi che regolano le elezioni o il mercato – le regole del comportamento della moltitudine di persone che determinano i risultati – non sono conosciute bene, se esistono. I modelli devono quindi essere costruiti sull’ipotesi che l’esperienza passata sia indicativa dei risultati futuri. Se le previsioni meteorologiche fossero ancora fatte in questo modo, sarebbe stato semplicemente impossibile da prevedere, giorni prima dell’evento, che l’uragano Sandy svoltasse a sinistra e colpisse la costa americana durante il suo moto verso ovest. Nessun meteorologo aveva mai visto succedere una cosa del genere, perché nessuna tempesta si era mai comportata così. Per la stessa ragione, nessun modello statistico addestrato sulla base del comportamento passato avrebbe riprodotto quanto accaduto come risultato probabile.

Nel caso di Sandy, i meteorologi non solo sono riusciti a vedere questo risultato come una possibilità già oltre una settimana prima del tempo, ma erano abbastanza sicuri che ciò accadesse da quattro o cinque giorni prima che l’uragano arrivasse [NdT: a New York]. Le previsioni, come quelle che abbiamo visto, che hanno previsto come Sandy si è formato e come si è trasferito fin sulla costa, non nascono dal cielo. Sono invece il risultato di un secolo di notevole successo scientifico, a partire dai primordi in Norvegia nei primi anni del 1900 [NdT: la teoria della ciclogenesi della famiglia Bjerkenes]. Il fondamento intellettuale di tutta la costruzione delle previsioni del tempo era l’idea che le leggi della fisica avrebbero potuto essere utilizzate per capire il tempo; un’idea radicale agli inizi del XX secolo. Realizzare questo obbiettivo ha richiesto moltissimi progressi concettuali, nel corso dei decenni, e miglioramenti nella tecnologia (in particolare i computer digitali).

I più gravi problemi evidenziati da Sandy non sono consistiti nelle attività di preparazione subito prima del disastro, o nella risposta all’emergenza immediatamente dopo. Ma sono invecelegati alla costruzione delle nostre coste nell’arco di molti decenni. A lungo termine, inoltre, ci sono state ottime previsioni di ciò che potrebbe accadere al nostro ambiente costruito lungo l’acqua costiera nella zona di New York City. Non si tratta, in questo caso, di previsioni di un singolo evento in una data e ora specifiche, ma piuttosto di valutazioni scientifiche dei rischi di una tempesta così violenta come è stata Sandy, o ancora peggio. Si sapeva da decenni, almeno, che New York è vulnerabile a inondazioni indotte da una tempesta o un uragano. Così come erano anche note le conseguenze che ne sarebbero derivate, a grandi linee. L’inondazione delle linee della metropolitana, ad esempio, era stata immaginata sin dal 1990.

Sandy non ha avuto bisogno dei cambiamenti climatici per verificarsi, e la storia del disastro non ha bisogno di cambiamenti climatici per renderlo importante. Il tema principale di questo libro è Sandy, e si può leggere gran parte del libro senza vedere menzionati i cambiamenti climatici. Ma è un fatto che i cambiamenti climatici si delineano protagonisti sullo sfondo quando cerchiamo di pensare a cosa significhi Sandy per il futuro.

Sandy non è stato solo un estremo colpo di sfortuna, qualcosa che si può supporre non accadrà ancora per qualche centinaio di anni. D’altra parte, non rappresenta neppure “la nuova normalità”, cioè qualcosa che è sicuro che accadrà di nuovo presto, e spesso d’ora in poi.

Quasi certamente si tratta di una via di mezzo. Sarà molto improbabile vedere un altro Sandy quest’anno, o l’anno prossimo, o anche nel prossimo decennio, o nei prossimi due. Non siamo molto più vulnerabili oggi di quanto non lo eravamo un paio di decenni fa. Ma, quando è arrivato Sandy, abbiamo capito di essere più vulnerabili di quanto immaginassimo. E il ritmo del cambiamento sta accelerando.

A causa [NdT: della crescita] del livello del mare, soprattutto, il rischio di ulteriori catastrofi tipo Sandy è in aumento. La scienza degli uragani e dei cambiamenti climatici è ancora giovane, e alcune delle caratteristiche che hanno reso Sandy e le sue ondate così grandi (le loro enormi dimensioni, il carattere ibrido, la svolta a sinistra e l’approdo con traiettoria verso ovest) sono questioni per le quali le connessioni con il clima sono meno note. Ma, a causa dell’innalzamento del livello del mare, si sa che i grandi eventi alluvionali lungo le coste diventeranno più frequenti, quasi indipendentemente da quali siano queste connessioni.

Per quanto riguarda il potenziale di allagamento, ogni metro di innalzamento del livello del mare è equivalente ad un sostanziale aumento dell’intensità delle tempeste. Usando la vecchia scala di intensità degli uragani Saffir-Simpson, quando teneva ancora conto dell’altezza delle ondate di una tempesta (prima che fosse semplificata [NdT: nel 2009] nel tener soltanto conto della velocità massima del vento), il passaggio dalla prima alla seconda categoria, o dalla seconda alla terza, ha fatto diventare molto probabile il vedere un incremento permanente di tre piedi [NdT: circa un metro] del livello del mare, e anche un incremento di sei piedi [NdT: circa due metri] non è affatto fuori questione. Questo è più o meno equivalente ad un aumento di una o due categorie nell’intensità degli uragani.

D’altra parte, il livello del mare sale lentamente. Abbiamo tempo per prepararci. Se ci adattiamo ad esso, poi nel futuro l’innalzamento del livello del mare di un piede [NdT: circa 30 cm] non avrà gli stessi effetti di un innalzamento equivalente oggi, perché saremo più protetti. Potremmo mettere in atto altre difese che avrebbero lo stesso effetto come se avessimo sollevato le nostre città e paesi lungo il mare. Pertanto, un aumento di quattro piedi [NdT: 1.30 m circa] nel futuro non provocherà un disastro come lo farebbe un aumento di quattro piedi oggi. Si tratta di adattamento al cambiamento del clima. Nel linguaggio della politica climatica, la parola “adattamento” si riferisce a qualsiasi azione intrapresa per ridurre i danni del riscaldamento.

Ancora meglio, si potrebbe fare allo stesso tempo anche la mitigazione del clima … Se dovessimo ridurre abbastanza [NdT: le emissioni di gas serra], si potrebbe rallentare in modo significativo il rateo del riscaldamento globale, e conseguentemente il tasso di innalzamento del livello del mare. Una parte del riscaldamento e dell’innalzamento del livello del mare sono già inevitabili, a causa del carbonio che abbiamo già immesso in atmosfera. Ma se dovessimo raggiungere un accordo internazionale serio per trasformare i nostri sistemi energetici in modo che siano più efficienti e facciano più affidamento su fonti rinnovabili come l’energia solare ed eolica – o anche quella nucleare, anche se questo porta un altro insieme di rischi – potremmo intaccare in maniera significativa questo problema.

Però, riusciremo mai a fare qualcosa di tutto ciò?