Perché il mondo vuole dei meteorologi?

Perché il mondo vuole dei meteorologi?

Recentemente è uscito un video, a cura del WMO (World Meteorological Organization, cioé l’Organizzazione Meteorologica Mondiale, la cui sigla in Italia è OMM), che in poco più di quattro minuti spiega perché il lavoro dei meteorologi, e in generale degli idrologi e degli scienziati del clima, va acquistando una sempre crescente importanza nella società moderna.

Il messaggio che viene fuori dal video è del tutto condivisibile. In particolare, tra tutti i punti (che personalmente in gran parte condivido), vorrei sottolineare quando, circa al minuto 3:47, si dice che “i governi debbono investire in più programmi di laurea, più formazione in competenze specialistiche“. Una richiesta sicuramente valida in tutto il mondo, ma ancora di più nel nostro Paese, dove a livello universitario non esiste, attualmente, una laurea in meteorologia, e dove il numero di docenti che insegnano tale materia è estremamente ridotto (nell’ultimo censimento fatto, eravamo in cinque). Se, poi, ci spostiamo nell’ambito delle scienze del clima, il discorso si fa ancora più drammatico, visto che il numero di docenti è ancora inferiore (chi scrive è anche uno dei pochi a insegnare la fisica del clima). Un po’ migliore, invece, è la situazione dei corsi di idrologia, disciplina caratterizzante nell’ambito dei corsi di Ingegneria ambientale.

Un elenco delle risorse disponibili, a livello universitario, nel settore della fisica dell’atmosfera e della meteorologia è disponibile sul sito dell’AISAM (la neonata Associazione Italiana di Meteorologia e Scienze dell’Atmosfera), in particolare a questo link.

Nonostante tutto ciò, la formazione in meteorologia in Italia esiste ed è ottima: lo testimoniano le tante persone che operano in maniera pregevole in questo settore, anche se purtroppo sono dispersi in millemila enti. Non solo: posso dire, per testimonianza diretta, che la preparazione dei nostri laureati è molto apprezzata, anche all’estero, dove spesso essi ottengono facilmente le borse per i corsi di dottorato o postdoc, talora stupendo i ricercatori locali che li esaminano per la loro preparazione.

Tornando al video, siccome mi è sembrato un filmato ben fatto, ho pensato di creare la versione sottotitolata in italiano per chi non è pratico della lingua inglese. Tale filmato si trova qui, oppure anche qui su You Tube.

Qui c’è invece il link alla versione originale, sottotitolata in inglese.

Buona visione!

Il mese di luglio visto dalla stazione di fisica

Il mese di luglio visto dalla stazione di fisica

Le statistiche definitive sul mese di luglio appena trascorso lo archiviano come il mese mediamente più caldo nella serie di osservazioni condotte presso la nostra stazione meteorologica, dislocata sul tetto dell’istituto di fisica.

La stazione meteorologica del Dipartimento di Fisica dell’università di Torino acquisisce dati in modo abbastanza continuativo dal 1992. Abbastanza perché, malgrado negli anni si sia fatto il possibile per garantire un dataset il più continuo possibile di dati, ogni tanto guasti e vicende di vario tipo hanno prodotto alcune lacune temporali. Per avere un database continuo, sono state fatte delle interpolazioni usando alcune serie di dati acquisiti nella città di Torino: in particolare, sono state usate le serie dei dati giornalieri delle stazioni Buon Pastore, Alenia, Giardini Reali, Reiss Romoli, Vallere e Consolata di ARPA Piemonte, e la serie omogeneizzata della Società Meteorologica Italiana. Le interpolazioni dei dati mancanti sono state eseguite calcolando, sui dati disponibili, le rette di regressione (separatamente per temperature massime, medie e minime) rispetto ad ogni stazione, e mediando i vari dati così ottenuti per regressione da ogni stazione. Per la serie omogeneizzata della Società Meteorologica Italiana, che non dispone del dato di temperatura media, questa è stata ricavata come semisomma della minima e della massima.

Al fine di ottenere un database statistico di riferimento con cui raffrontarsi (normalmente il periodo di media usato a tale scopo è il trentennio 1961-90), sono state effettuate a ritroso le ricostruzioni dei dati fino al 1961, quindi essi sono stati mediati nel trentennio.

Media delle temperature minime, medie e massime nel periodo giugno-luglio di ogni anno dall’inizio delle osservazioni. Dati Dip. di Fisica - Unito.

Media delle temperature minime, medie e massime nel periodo giugno-luglio di ogni anno dall’inizio delle osservazioni. Dati Dip. di Fisica – Unito.

Il primo grafico che commentiamo è la media delle temperature nel periodo giugno-luglio di ogni anno dall’inizio delle osservazioni: si vede come il 2015 risulti secondo soltanto rispetto al 2003, che detiene ancora il primato, ma di poco. La differenza maggiore la si riscontra nelle massime (quasi 1 °C), mentre le minime differiscono di circa 0,5 °C.

Se ci limitiamo ai valori medi di luglio, tuttavia, notiamo come il 2015 balzi nettamente in testa, surclassando non solo il luglio 2003 (che non fu straordinario: luglio fu il meno anomalo dei tre mesi estivi) ma anche agosto 2003, mese considerato a lungo imbattibile, anche alcuni giorni fa, quando molti ritenevano difficile poter avere svariate ondate di calore di intensità tale da poter attaccare quel record. Dando un’occhiata ai valori ricostruiti a ritroso fino al 1961, nessun mese ha mai fatto osservare valori termici simili, per cui possiamo concludere che luglio 2015 è stato il mese più caldo almeno dal 1961 ad oggi in area urbana.

Prima di proseguire, due parole sulla significatività dei dati. Chi segue le vicende meteorologiche cittadine ha sicuramente notato come i valori minimi registrati dalla nostra stazione siano particolarmente alti, soprattutto in questi mesi estivi e di notte, e soprattutto se confrontati con le stazioni suburbane e con quelle dislocate su prato. Questo fatto tuttavia non deve sorprendere più di tanto. Le stazioni “a norma” secondo l’organizzazione meteorologica mondiale (WMO) dovrebbero essere posizionate su erba, cosa che in area urbana è difficile da realizzare. D’altra parte, una stazione dislocata su cemento è più rappresentativa delle temperature che si registrano in area urbana. La posizione sul tetto dell’edificio rende il termometro meno legato all’eventuale colorazione scura dell’asfalto e più esposto alle eventuali brezze. D’altra parte, in situazioni di ondate di calore come quelle registratesi nel luglio appena trascorso, suolo e muri si scaldano durante la giornata, trasmettendo il calore anche al’interno, e rimangono caldi anche di notte, emettendo radiazione ad onda lunga che può essere intercettata da altri muri o dagli oggetti come i termometri. Diversa è la situazione di un prato inerbito, se l’erba rimane viva, in quanto la pianta traspira tutto quello che può al fine di abbassare la temperatura delle proprie foglie, e mantiene pertanto il suolo più fresco.

Anomalie delle temperature minime, medie e massime registrate a luglio. Dati Dip. di Fisica - Unito.

Anomalie delle temperature minime, medie e massime registrate a luglio. Dati Dip. di Fisica – Unito.

Passiamo ora a vedere le anomalie delle temperature registrate a luglio: tali anomalie, calcolate rispetto al trentennio 1961-90, risultano tra 5,4 e 6,3 °C, a seconda della temperatura, e sono le maggiori in assoluto per il mese di luglio, superando di oltre 2 °C il valore più alto precedente. Se per le massime tale anomalia non batte (per pochissimo) il valore di quella dell’agosto 2003, di 6,4 °C, per le medie e le minime risulta invece la maggiore in assoluto. Con una deviazione standard delle temperature sul trentennio 1961-90 compresa tra 1,8 e 2,0 °C, tali anomalie risultano pari ad un numero di deviazioni standard compreso tra 4,9 e 5,5. La statistica ci dice che, in una distribuzione nornale, un evento che si allontani dalla media di cinque deviazioni standard ha una probabilità di verificarsi di uno su oltre un milione: è pertanto evidente che la probabilità di avere, in dodici anni, ben due eventi (agosto 2003 e luglio 2015) così lontani dalla media indica che l’insieme statistico non rappresenta più il campione. E questo è vero, in quanto, infatti, le temperature medie stanno aumentando, e manca pertanto il criterio della stazionarietà del campione statistico.

Anomalie delle temperature minime, medie e massime registrate a luglio. Dati Dip. di Fisica - Unito.

Anomalie termiche a luglio rispetto al periodo climatico di riferimento 1961-90 per le temperature minime, medie e massime). Dati Dip. di Fisica – Unito.

Anche il grafico che mostra il numero di giorni, nei vari mesi di luglio del terzo millennio, con superamento di determinate soglie termiche (rispettivamente 27, 30 e 33 °C per le temperature minime, medie e massime) vede primeggiare senza rivali luglio 2015, in cui in ben 26 giornate su 31 è stata superata la soglia delle minime. Neppure agosto 2003 fece registrare così tanti giorni sopra soglia.

numero di giorni, nei vari mesi di luglio del terzo millennio, con superamento di determinate soglie termiche (rispettivamente 27, 30 e 33 °C per le temperature minime, medie e massime

Numero di giorni nei mesi di luglio con superamento di determinate soglie termiche (rispettivamente 27, 30 e 33 °C per le temperature minime, medie e massime). Dati Dip. di Fisica – Unito.

Ragionando non tanto sui valori assoluti ma sulle anomalie (sempre calcolate rispetto al periodo 1961-90), il discorso non cambia, anzi diventa ancora più evidente l’anomalia del mese appena trascorso.

numero di giorni, nei vari mesi di luglio del terzo millennio, con superamento di determinate soglie termiche (rispettivamente 27, 30 e 33 °C per le temperature minime, medie e massime

Numero di giorni, nei vari mesi di luglio del terzo millennio, con anomalie rispetto al periodo di riferimento 1961-90 superiori a 5 °C per le temperature minime, medie e massime. Dati Dip. di Fisica – Unito.

Valutando infatti le giornate con anomalie superiori a 5 °C, si vede come, a fronte di svariati anno con valori compresi tra zero e otto, il 2015 svetti con 16 giornate con anomalie delle minime e 23 giornate con anomalie delle massime oltre i 5 °C. Anche in questo caso, agosto 2003 si inchina a luglio 2015…

Dati Dip. di Fisica - Unito.

Temperature minime, medie e massime relative al 2014 (linee sottili), al 2015 (linee spesse) ed alla media climatica 1961-90 (puntini). Dati Dip. di Fisica – Unito.

Ma ho lasciato per ultimo il grafico più eclatante, che rende comprensibile in modo immediato quanto luglio 2015 sia risultato fuori statistica rispetto alla media ed al trentennio climatico 1961-90. In questo grafico vediamo tre terne di curve: minime, medie e massime relative al 2014 (linee sottili), al 2015 (linee spesse) ed alla media climatica (puntini). Beh, che dire: la curva delle temperature medie di luglio 2015 supera spesso la media climatica delle massime, e per 25 giornate su 31 supera le massime registrate un anno fa nello stesso periodo. La stessa cosa vale per l’andamento delle medie del 2015 rispetto alla media climatica delle minime ed alle minime del 2014. E penso che questo sia sufficiente… anche perché la curva delle massime è veramente incommentabile: basti dire che soltanto il 31 luglio 2015 è risultato sottomedia, e soltanto come valori massimi.

Elenco delle temperature minime, medie e massime più alte registrate nel periodo 1961-2015. I valori relativi al periodo 1961-1991 sono ricostruiti. Dati Dip. di Fisica - Unito.

Elenco delle temperature minime, medie e massime più alte registrate nel periodo 1961-2015. I valori relativi al periodo 1961-1991 sono ricostruiti. Dati Dip. di Fisica – Unito.

Nella tabella seguente andiamo proprio a vedere come si sono classificate le giornate singole di questo luglio nella classifica globale. Sono mostrate le prime venti posizioni per ogni valore termico (minima, media e massima), e abbiamo volutamente incluso, pur indicandoli in corsivo, anche i valori ricostruiti relativi al periodo 1961-90 (quando la stazione non c’era), in modo da collocare i valori attuali nel contesto storico. Si nota come, per tutte le temperature, ci siano tra otto e dieci giornate di luglio 2015 posizionate tra le venti più calde dal 1961. Aggiornato il record della minima del 13 agosto 2003, 26,5 °C, con i 27,1 °C del 7 e del 16 luglio; solo sfiorato il record di 32,3 °C delle medie dell’11 agosto 2003, con i 32,1 °C del 6 luglio; mentre si è avvicinato “al podio” delle massime la giornata del 21 luglio, con 38,1 °C, ancora lontano dai 39,4 °C dell’11 agosto 2003. Notiamo infine come, togliendo luglio 2015 e agosto 2003, rimangano pochi altri casi di giornate così calde in classifica.

Piogge cumulate nei vari mesi di luglio del III millennio. Dati Dip. di Fisica - Unito.

Piogge cumulate nei vari mesi di luglio del III millennio. Dati Dip. di Fisica – Unito.

L’ultimo grafico che vediamo si riferisce alle cumulate di pioggia registrate nel mese di luglio nella nostra stazione. Anche qui i valori sono stati ricostruiti nello stesso modo di quelli termici. Notiamo come sicuramente luglio 2015 sia risultato un mese generalmente poco piovoso, anche se già solo nel terzo millennio il luglio 2006 fu ancora meno piovoso. Si sono registrati soltanto tre episodi di pioggia, di cui due significativi, ed uno responsabile di oltre il 75% della precipitazione, legata ad un singolo evento temporalesco. Del resto, la maggior parte delle piogge estive sono legate ad episodi temporaleschi. Certo, paragonare luglio 2015 ai due anni precedenti, in cui si registrarono quasi 150 mm ciascuno, è impressionante. Tra l’altro, tenendo conto dell’insieme alte temperature – scarse precipitazioni, si intuisce che l’evapotraspirazione sia stata ingente e tale da far evaporare gran parte dell’acqua contenuta nello strato delle radici delle piante, trasformando una stagione che fino a giugno era idrologicamente non critica in una stagione a rischio di siccità (e certamente i pochi mm di pioggia caduti nella giornata odierna non possono risolvere la crisi).

In conclusione, dall’analisi dei valori acquisiti dalla nostra stazione di fisica si evince che abbiamo vissuto un altro mese che, alla luce dei riscontri statistici, può essere definito straordinario dal punto di vista termico, a dodici anni di distanza da un’estate storica caratterizzata da un altro mese straordinario. Sono caduti diversi record nella nostra stazione: quello delle minime in un singolo giorno, quello delle medie mensili di minime, medie e massime, e quello delle anomalie medie mensili minime e medie. A livello di pioggia, luglio 2015 è stato secco ma non il più secco, grazie ad un singolo evento temporalesco. Le previsioni per la settimana entrante mostrano la possibilità di un’altra robusta ondata di calore, e quindi vedremo se il 2015 avrà altre cartucce in serbo per archiviare definitivamente i record del 2003, o se – cosa che sinceramente speriamo – i valori rimarranno più contenuti.

Quel fatidico 17 aprile di ventiquattro anni fa in Piemonte…

Quel fatidico 17 aprile di ventiquattro anni fa in Piemonte…

Questa volta voglio condividere un ricordo personale del tutto particolare, relativo ad un giorno di ventiquattro anni fa che non ho più dimenticato: il 17 aprile 1991. Che non cadeva neppure di venerdì, come quest’anno, ma di mercoledì. Eppure…
Il 1991 è ricordato come l’anno dell’eruzione del Pinatubo, praticamente una delle ultime maggiori eruzioni vulcaniche che influirono, sia pure in minima parte, sull’andamento della temperatura media globale. Ad aprile avvenne anche la tragedia della Moby Prince. Ma il 17 ed il 18 sono ricordati per la neve in pianura, praticamente in tutto il nord Italia.
All’epoca il nostro Dipartimento (di Fisica Generale, Università di Torino) aveva una stazione di misura a Trino Vercellese, sulla torre di 120 metri costruita a fianco della centrale nucleare mai partita, come era prevista dalla legge per il monitoraggio atmosferico nei pressi delle centrali nucleari. Intorno alla torre, presso alcuni cascinali attigui, alcuni colleghi avevano dislocato delle piccole postazioni con degli strumenti (microbarometri e strumenti vari). Io ero dottorando in Geofisica del consorzio interuniversitario Genova-Torino-Modena. Nell’aprile 1991 decidemmo di fare una visita al laboratorio di Trino ed anche a tutte le stazioni vicine, portando anche con noi un laureando che aveva lavorato per quasi un anno sui dati di Trino, tanto per fargli vedere il sito che era stato oggetto della sua tesi.
Già allora, pur non essendoci previsioni dettagliate come oggi, le incursioni di aria fredda da est erano previste meglio di altri fenomeni, per cui già da qualche giorno si parlava di quell’avvezione; ricordo che sconsigliai la visita in tale giorno. Non arrivai a prevedere la neve, ma che avrebbe fatto un bel temporalone con magari grandine molle, graupel e tanto vento me lo aspettavo. Purtroppo, le logiche degli incroci del tempo libero di tutti non ci diedero altra scelta.
Partimmo dunque di prima mattina in cinque: io vestito in pratica da inverno, gli altri meno. Prima di partire, ricordo che consultai il numero telefonico 1911, che all’epoca era praticamente l’unico mezzo per sapere qualche valore meteo in giro per l’Italia, e sentìi che, nel nordest, faceva parecchio freddo, con temperature già sui 3-4°C. A Torino, invece, cielo sereno e temperature da inizio estate. Quando mi videro, vestito col giaccone pesante e gli scarponi, qualcuno dei colleghi mi prese bonariamente in giro… Io continuavo a ripetere: guardate che arriva, in Veneto fa già freddo. Ma quel cielo azzurro e quel caldo sembravano volermi sfottere…
Passammo la mattinata a fare le misure del caso. Ogni tanto qualcuno dei presenti alzava la testa, guardava il cielo azzurrissimo e terso, si detergeva il sudore, e mi guardava soltanto… o diceva “ma il tuo fronte freddo dov’è?” Verso mezzogiorno, c’erano 18°C, una leggerissima brezza, ed un cielo che lasciava presagire solo altro caldo…
Poi… alle 12 circa, cominciammo a sentire un venticello un pochino più teso. Alzammo la testa e, all’orizzonte verso est, scorgemmo dei nuvoloni scuri; contemporaneamente cominciammo a sentire un sommesso brontolio in distanza. In quel momento, pur non avendo mai sperimentato prima un fenomeno simile dal vivo, sentìi che la previsione era stata corretta: il fronte stava arrivando! Nel giro di qualche minuto, fummo raggiunti dal temporale prefrontale, che si manifestò con raffiche fortissime di vento, tuoni e lampi, pioggia orizzontale. Ora i sudori erano non più di fatica, ma di timore…
Avemmo appena il tempo di riparare nell’attiguo laboratorio, ai piedi della torre. Lì c’era il sistema di acquisizione con display che raccoglieva e visualizzava i dati in tempo reale, e ricordo di aver visto la temperatura letteralmente precipitare, con l’impressionante ed insostenibile rateo di circa 0,1 °C ogni dieci secondi.
Mi resi conto che stavo osservando un evento raro, uno di quelli che, per un appassionato di meteorologia quale ero e sono tuttora, si ricordano poi per tutta la vita.
Decidemmo, su mio consiglio, di andare a mangiare, vista l’ora, e visto che il fenomeno non prometteva di durare così poco. Nessuno ora mi diceva più nulla, e soprattutto nessuno mi prendeva più in giro. Nell’aria, c’era la sensazione che stava succedendo qualcosa di particolare. All’uscita dal pranzo, fummo accolti da ventate gelide: eravamo passati – come temperature – da valori tipici di inizio estate al tardo autunno. Il vento era ancora fortissimo, la temperatura era scesa sotto i 10°C, tuoni e fulmini a tutto andare. Recuperammo i pc lasciati in mattinata negli appositi alloggiamenti delle stazioncine, con non poca fatica, visto il vento e la pioggia sferzante. La portina di uno dei boxini venne divelta dal vento all’atto dell’apertura: nonostante la tenessimo, ci scappò di mano, e dovemmo rincorrerla per i campi: una scena veramente da Paperissima. Più tardi, nei pressi di un’altra cascina, all’atto di aprire una portiera della macchina, la portiera stessa venne spalancata da una raffica di vento improvvisa e si incrinò leggermente, tanto che si richiuse a fatica. Ovviamente tutti coloro che non si erano vestiti in modo adeguato (ovvero sia il laureando che gli altri miei colleghi) si ritrovarono bagnati come dei pulcini. In quel frangente, non nego che guadagnai un’enorme considerazione come previsore meteorologo, visto che avevo avvisato tutti da tempo che quel giorno non era proprio adeguato per una missione in campo…
Alla fine, dopo aver fatto tutto quanto si poteva ancora fare nonostante il maltempo, tornammo in macchina; col  riscaldamento acceso al massimo come se fosse inverno, anche per evitare che i colleghi si ammalassero (io invece ero tranquillo…), e via verso Torino. La temperatura nel frattempo era scesa ancora, indicativamente sui 4-5 °C: adesso, a 24 anni di distanza, devo dire che non ricordo i valori esatti, e comunque non avevamo i termometri addosso, né c’erano le app che si collegavano in internet per farci vedere i valori. Non c’erano neppure i siti di meteobufale: che bei tempi! Per dirla tutta, non c’erano neppure i telefonini. Sì, avete capito bene: per chiamare gli altri, si usavano i telefoni a gettone (!); solo i miliardari avevano le auto col telefono dentro; e dico miliardari perché, all’epoca, non c’era l’euro ma la lira; c’era il MEC invede della UE, e la moneta unica esisteva solo come valore fittizio, e si chiamava ECU. Altri tempi, è vero; ma sono ancora vivo e neppure così vecchio!!!
Nel tragitto verso Torino, cominciammo a veder cadere, nell’incredulità generale, i primi fiocchi di neve e, procedendo verso Chivasso, la precipitazione divenne totalmente nevosa, con accumulo al suolo. Inconcepibile, visto che era il 17 aprile. E anche se – ventiquattro anni fa – il global warming non aveva ancora scaldato per bene il nostro pianeta come oggi, anche perché i valori di CO2 erano nettamente inferiori (eravamo sui 351 ppm… oggi ahimé abbiamo superato i 400!!!), veder nevicare in pianura a metà aprile era un vero shock!

Torino il 17 aprile 1991.

Torino il 18 aprile 1991.

In giro, poi, si vedevano scene veramente comiche, imbarazzanti, da ridere: gente intirizzita e senza ombrello (ma anche se ce l’avevano, era inutilizzabile, a causa del vento), alcuni addirittura in pantaloncini e maniche corte, tutti a piedi o in bici sotto la neve, i cui fiocchi saettavano in orizzontale. Anche in città stava nevicando: una cosa rarissima vedere la neve cadere a tormenta nel centro di Torino! Anche d’inverno.
Più tardi, tornando a casa (abitavo a Baldissero Torinese, dietro Superga), scoprìi che la strada per Superga era stata chiusa, come accadeva d’inverno, probabilmente perché qualcuno aveva provato a salire senza gomme da neve e si era bloccato; per cui dovetti fare il giro da Chieri.

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Il mio giardino a Baldissero Torinese, fotografato la mattina del 19 aprile, quando il fronte e il relativo minimo lasciarono il Piemonte.

Nei due giorni, 17 e 18 aprile, nel mio giardino (a poco meno di 500 metri di quota), misurai 24 cm di neve fresca. La nevicata continuò ancora per parte del 18 aprile, poi il fenomeno cessò. Ricordo che le temperature rimasero comunque fresche, per il periodo, fino ai primi di maggio.
Non farò l’analisi meteorologica, in quanto sul web se ne trovano già infinite. Ne cito qui una per tutte di meteoasti, e qui un altro link al forum di meteopassione. Ma voglio comunque dare qualche numero. Presso la mia stazione di Baldissero Torinese, il 17, la minima del mattino fu 9,2°C, la massima fu 17,8 °C, mentre alle ore 20 c’erano -0,3°C; il giorno dopo, minima di -0,3°C e massima di 3,5°C. Precipitazione: 5 cm di neve il 17, e 19 cm il 18; come pioggia e neve fusa, 12,9 mm il 17 e 25,4 mm il 18. A Torino Buon Pastore (stazione ARPA), il 17 minima 0,6°C e massima 16,7 °C; il 18 minima 0,8°c e massima 8,3°C; precipitazioni come pioggia e neve fusa: 41,2 mm nei due giorni.
Qui di seguito, gli articoli di giornale apparsi nelle varie edizioni provinciali de La Stampa: praticamente in ogni provincia il titolo è più o meno lo stesso, ed in quasi tutte le province piemontesi appare lo stesso articolo del giornalista Minetti che lamenta la mancata previsione della neve fino in pianura. In Liguria, invece, la cronaca non riporta tanto il maltempo o la neve, ma l’effetto del vento sull’allargamento dell’enorme chiazza di petrolio che l’affondamento della Moby Prince aveva rilasciato tra Mar Ligure e Tirreno il 10 aprile 1991, ovvero solo pochi giorni prima.

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L’eclissi solare del 20 marzo 2015

L’eclissi solare del 20 marzo 2015

Nell'immagine, il punto scuro sulla superficie terrestre rappresenta la zona in cui si ha l'eclissi totale di Sole, mentre l'area grigia indica le zone in cui si vede un'eclissi parziale di Sole, con la superficie del disco solare tanto più "intaccata" dalla Luna quanto più ci si viene a trovare vicini alla zona di eclissi totale. Fonte: G. Veneziano.

Nell’immagine, il punto scuro sulla superficie terrestre rappresenta la zona in cui si ha l’eclissi totale di Sole, mentre l’area grigia indica le zone in cui si vede un’eclissi parziale di Sole, con la superficie del disco solare tanto più “intaccata” dalla Luna quanto più ci si viene a trovare vicini alla zona di eclissi totale. Fonte: G. Veneziano.

Il prossimo 20 marzo 2015, in Italia si verificherà un’eclissi solare. Il fenomeno fu osservato sin da tempi molto remoti, e siccome le conoscenze scientifiche dell’epoca non riuscivano a darne una spiegazione plausibile, veniva considerato portatore di sciagure (in questo documento si può trovare un bel riassunto di varie credenze ed aneddoti in diverse epoche storiche).

Oggi sappiamo che un’eclissi è un fenomeno ottico di oscuramento di una parte o anche tutto il disco solare da parte della Luna. Si verifica sempre in condizioni di novilunio o luna nuova. Si tratta di un evento piuttosto raro: Sole, Luna e Terra devono essere perfettamente allineati in quest’ordine; ciò è possibile solo quando la Luna, la cui orbita è inclinata di cinque gradi rispetto all’eclittica, interseca quest’ultima in un punto detto nodo. Quando il nodo si trova tra la Terra e il Sole, l’ombra della Luna passa in alcuni punti della superficie terrestre e si assiste a un’eclissi solare. Se invece il nodo si trova dalla parte opposta, si ha un’eclissi lunare.

Il fenomeno comunque si presenta così come lo vediamo grazie ad una fortunata coincidenza. Infatti, la distanza Terra-Sole è circa 400 volte maggiore della distanza Terra-Luna, ma anche il diametro del Sole è circa 400 volte maggiore del diametro della Luna; proprio perchè questi rapporti sono all’incirca uguali, Sole e Luna visti dalla Terra appaiono praticamente grandi uguali, e la loro dimensione angolare è pari a 0.5 gradi di arco. La Luna colpita dal Sole, proietta un cono d’ombra che, quando raggiunge la Terra, è largo solo 160 chilometri e viaggia a velocità comprese tra i 1800 chilometri orari all’equatore, fino a 7200 chilometri orari a latitudini più elevate, per cui può coprire un punto sulla superficie terrestre solo per alcuni minuti (all’incirca 8-9 all’equatore).

Percorso apparente dell'eclissi dell'11 agosto 1999 in cui si evidenzia la zona di totalità, sull'Europa, e le zone in cui risultò visibile un'eclissi parziale, con l'evidenziazione della percentuale di disco solare coperto dalla Luna. Fonte: G. Veneziano.

Percorso apparente dell’eclissi dell’11 agosto 1999 in cui si evidenzia la zona di totalità, sull’Europa, e le zone in cui risultò visibile un’eclissi parziale, con l’evidenziazione della percentuale di disco solare coperto dalla Luna. Fonte: G. Veneziano.

Dallo spazio un’eclissi solare si presenta come un cerchio di luce oscurata del Sole in moto su tutta la Terra. Ad esempio, questa animazione mostra, a titolo di esempio, la propagazione dell’ombra della Luna sulla superficie terrestre in occasione dell’eclissi di Sole dello scorso 11 agosto 1999. In tale occasione, il percorso della totalità dell’eclisse passò appena a nord dell’arco alpino, dopo aver sfiorato Parigi, e da tutte le città italiane si assistette soltanto ad una eclisse parziale con il disco solare coperto mediamente per il 90% del suo diametro.

Dopo aver visto perchè il fenomeno si verifica, cerchiamo ora di dare una risposta ad un’altra domanda: esistono, e se sì, quali sono le conseguenze di un’eclissi di Sole sulla fenomenologia meteorologica? Per dare una risposta, andiamo ad esaminare i dati raccolti da quattro stazioni meteorologiche in occasione dell’eclissi estiva di Sole sopra menzionata, praticamente l’ultima di un certo rilievo – pur se non totale – vista dall’Italia: quella dell’11 agosto 1999 (di cui qui si trova un interessante resoconto). Come stazioni meteorologiche abbiamo scelto: quella dell’università di Torino, ubicata sul tetto dell’istituto di fisica (da ora in poi UniTo); quella di Torino Buon Pastore, attiva fino al 2008 ed ubicata nella periferia urbana torinese (ToBP); quella dell’università del Piemonte Orientale, sede di Alessandria, ubicata sul tetto dell’edificio universitario (UniAl); e infine quella di Alessandria Lobbi, ubicata presso il casello di Alessandria Est, e quindi in area periferica, lontana dal centro cittadino (Lobbi).

Stazione meteorologica dell'Università a Torino.

Stazione meteorologica dell’Università a Torino.

Stazione meteorologica di Torino Buon Pastore.

Stazione meteorologica di Torino Buon Pastore.

Stazione meteorologica dell'Università ad Alessandria.

Stazione meteorologica dell’Università ad Alessandria.

Stazione meteorologica di Lobbi vicino ad Alessandria.

Stazione meteorologica di Lobbi vicino ad Alessandria.

Di queste quattro stazioni andiamo ora ad esaminare tre grandezze fisiche: la radiazione solare globale, la temperatura dell’aria e la velocità del vento. Premettiamo che i dati a cui facciamo riferimento non hanno la stessa frequenza di acquisizione: quelli relativi alle due stazioni universitarie sono infatti disponibili con frequenze di un dato ogni dieci minuti (UniTo e UniAl), mentre quelli delle altre due stazioni hanno frequenze di un dato ogni mezzora.

La radiazione solare globale mostra, in tutte e tre le stazioni, un brusco calo per un’ora e mezza circa, passando da valori compresi tra circa 600 e 700 W m-2 a valori ovunque inferiori a 100 W m-2 (riscontrati in precedenza tra le 5 e le 6 di mattina), per poi risalire su valori tra circa 730 e 850 W m-2, compatibili con la stagione in corso nel caso di un giorno soleggiato.

Andamento giornaliero della radiazione solare globale (espressa in W m-2) misurata nelle quattro stazioni meteorologiche prese in esame nel giorno 11 agosto 1999.

Andamento giornaliero della radiazione solare globale (espressa in W m-2) misurata nelle quattro stazioni meteorologiche prese in esame nel giorno 11 agosto 1999.

Andamento giornaliero della temperatura dell'aria (misurata in °C) misurata nelle quattro stazioni meteorologiche prese in esame nel giorno 11 agosto 1999. Al fine di evidenziare il fenomeno, il grafico è stato ritagliato tra le ore 8 e le ore 14.

Andamento giornaliero della temperatura dell’aria (misurata in °C) misurata nelle quattro stazioni meteorologiche prese in esame nel giorno 11 agosto 1999. Al fine di evidenziare il fenomeno, il grafico è stato ritagliato tra le ore 8 e le ore 14.

I diversi valori di picco riflettono sia la diversa torbidità del cielo nelle diverse postazioni, sia un’eventuale staratura dei sensori (specialmente per quello di UniAl, se paragonato con Lobbi). Il rapporto percentuale tra il valore minimo (tra le ore 10 e le 11) e massimo (tra le 11:30 e 12:30) del giorno, nei tre siti, vale: 8% per UniTo, 10% per ToBP, 9% per UniAl e 10% per Lobbi.

La temperatura, nelle quattro stazioni, mostra un andamento del tutto paragonabile ed evidenzia un anomalo e brusco calo termico, a metà mattina, proprio – non inaspettatamente – in corrispondenza alle ore dell’eclissi, e quantificabile in 1.5-2.5 °C circa, col minimo posizionato intorno alle ore 11, e di durata praticamente trioraria (dalle 9:30 alle 12:30).

Il modulo della velocità orizzontale del vento è una grandezza che risente, ovviamente, molto di più delle precedenti del posizionamento della stazione meteorologica. Le stazioni di ToBP e Lobbi, ad esempio, sono installate al livello del suolo stradale, ed in esse l’anemometro (non visibile in figura, nel caso di ToBP) non è posizionato in maniera standard, ovvero è posto ad altezze inferiori ai canonici 10 m.

Le stazioni di UniTo e UniAl, invece, sono posizionate sul tetto dei rispettivi edifici universitari, ad altezze di una ventina di metri dal fondo stradale; tuttavia, il palo anemometrico di UniTo (non visibile in figura, in quanto messo nel punto da quale è stata presa la foto) è sopraelevato di 10 m rispetto al livello del tetto, mentre quello di UniAl lo è di soli 2,5 metri. Questo fa ovviamente sì che il dato di UniTo risulti maggiore rispetto a quello delle altre località. In questo caso, inoltre, è anche importante il tempo di media del dato, che per ToBP e Lobbi è di mezzora, e per UniTo e UniAl di dieci minuti. Non ho voluto, tuttavia, manipolare troppo i dati, al fine di mostrare i loro reali andamenti osservati.

Andamento giornaliero del modulo della velocità del vento (misurato in m/s) misurato nelle quattro stazioni meteorologiche prese in esame nel giorno 11 agosto 1999. Al fine di evidenziare il fenomeno, il grafico è stato ritagliato tra le ore 8 e le ore 14.

Andamento giornaliero del modulo della velocità del vento (misurato in m/s) misurato nelle quattro stazioni meteorologiche prese in esame nel giorno 11 agosto 1999. Al fine di evidenziare il fenomeno, il grafico è stato ritagliato tra le ore 8 e le ore 14.

Pur tenendo conto della grande variabilità intrinseca della grandezza fisica modulo della velocità del vento, si nota come, in tre stazioni, i valori centrati sulle ore 11 non mostrano incrementi rispetto a quelli delle ore 10, mentre tendono ad aumentare leggermente verso le ore 12. Fa eccezione ToBP, che invece mostra un valore pressoché stabile in mattinata.

L’analisi combinata dei vari grafici evidenzia come il calo di radiazione solare causato dall’eclissi dell’11 agosto 1999 abbia interrotto il riscaldamento del terreno, e questo abbia rallentato leggermente anche l’intensità della brezza diurna. L’effetto risulta quindi paragonabile a quello dovuto al passaggio di un esteso banco di nubi (a parte le eventuali precipitazioni ad esse associate).

Andamento giornaliero della radiazione solare globale (espressa in W m-2) misurata a UniTo nei giorni 20 marzo degli anni compresi tra il 2005 ed il 2014. Sono ovviamente mostrate soltanto le ore di sole.

Andamento giornaliero della radiazione solare globale (espressa in W m-2) misurata a UniTo nei giorni 20 marzo degli anni compresi tra il 2005 ed il 2014. Sono ovviamente mostrate soltanto le ore di sole.

Vediamo ora, sulla base dei dati registrati nella stazione di UniTo negli ultimi anni, cosa è lecito aspettarsi il prossimo 20 marzo 2015 a livello di quantitativi di radiazione.

Innanzitutto osserviamo i grafici relativi alla radiazione osservata negli ultimi dieci anni (dal 2005 al 2014) nella stazione UniTo. Come si vede dalla figura, nei dieci anni si sono avute giornate con nuvolosità di vario tipo (si notano anche i picchi di radiazione superiori a quelli delle giornate a cielo sereno, nel 2010, dovuti alla riflessione da parte delle nubi in condizioni di cielo poco nuvoloso), per cui l’insieme statistico, pur se limitato a soli dieci anni, risulta abbastanza indicativo della situazione che potrebbe accadere il prossimo 20 Marzo. La curva nera e spessa indica il valore medio nel decennio considerato.

A questo punto, possiamo ipotizzare a quanto ammonterebbe l’oscuramento causato dall’eclissi. Abbiamo fortunatamente già a disposizione tutti i dati astronomici relativi all’eclissi: a Torino, l’eclissi inizierà alle 9:24 e si concluderà alle 11:44, ora locale solare, e la porzione di disco solare arriverà ad un valore massimo del 66% alle ore 10:30. Ipotizzando una variazione lineare della radiazione solare tra il 100% alle 9:22 ed il 66% alle ore 10:30, per tornare al 100% alle ore 11:41 (dati tratti da questa fonte). Pertanto, risulta possibile valutare la radiazione che si sarebbe ottenuta in ognuno dei dieci anni precedenti se vi fosse stata un’eclissi con le stesse caratteristiche, e pertanto valutare la quantità di radiazione che non sarebbe giunta a terra: chiameremo tale quantitativo “radiazione eclissata”. Tali valori sono mostrati nella figura seguente (in basso a destra).

Andamento giornaliero del quantitativo di radiazione eclissata (espressa in W m-2) che sarebbe stata misurata a UniTo nei giorni 20 marzo degli anni compresi tra il 2005 ed il 2014 se si fosse verificata l'eclissi. Per motivi grafici, si è ristretto l'asse dei tempi alle sole ore dell'eclissi (tra le 9 e le 12).

Andamento giornaliero del quantitativo di radiazione eclissata (espressa in W m-2) che sarebbe stata misurata a UniTo nei giorni 20 marzo degli anni compresi tra il 2005 ed il 2014 se si fosse verificata l’eclissi. Per motivi grafici, si è ristretto l’asse dei tempi alle sole ore dell’eclissi (tra le 9 e le 12).

Andamento giornaliero del quantitativo di radiazione media nel decennio 2005-2014 rilevata a UniTo (linea continua) e del quantitativo teorico medio senza la radiazione media eclissata eclissata (linea tratteggiata), entrambe espresse in W m-2.

Andamento giornaliero del quantitativo di radiazione media nel decennio 2005-2014 rilevata a UniTo (linea continua) e del quantitativo teorico medio senza la radiazione media eclissata eclissata (linea tratteggiata), entrambe espresse in W m-2.

Naturalmente, il grafico evidenzia valori di eclissamento diversi in funzione della nuvolosità presente nel giorno in questione. Ci sono due approssimazioni in questo grafico: la prima consiste nell’aver ipotizzato lineare il fattore di eclissamento del disco solare (questa ipotesi, pur se rozza, è – a mio giudizio – abbastanza ragionevole); la seconda consiste nell’aver ipotizzato che, se il disco solare viene elissato di un tot percento, anche la radiazione solare globale ricevuta a terra risulta eclissata della stessa percentuale. Quest’ultima approssimazione, a rigore, sarebbe valida per la sola componente diretta, e non per quella diffusa. Tuttavia, dal momento che, nell’intorno della stazione, la percentuale di eclissamento del disco solare non varia in modo apprezzabile, si può ritenere che anche questa seconda approssimazione comporti errori trascurabili rispetto alla precisione strumentale: il radiometro installato è infatti costituito da una termopila della Eppley Psp con range di misura 0÷2800 W/m² nella banda spettrale 0.285÷2.8 µm e possiede un’incertezza dell’1% (pari a circa 5-10 W/m²).

Considerando il valore della radiazione solare globale media nel decennio, si può far riferimento al grafico (in alto a sinistra) che mostra il valore medio della radiazione osservata e quello della radiazione osservata diminuita del quantitativo eclissato (linea tratteggiata). Sul Piemonte, l’eclissi si verificherà in mattinata, e quindi la radiazione eclissata risulterà essere attenuata, in media, di circa 200 W/m² nel momento del minimo. L’integrale dell’area sottesa tra le due curve fornisce il quantitativo di energia media perduta a causa dell’eclissi.

Radiazione solare osservata presso la stazione di UniTo oggi 15 marzo 2015 fino alle ore 16:00 solari.

Radiazione solare osservata presso la stazione di UniTo oggi 15 marzo 2015 fino alle ore 16:00 solari.

Il valore numerico di tale area è quantificabile in circa 0,88 MJ/m². A titolo di paragone, si può valutare quale sia il consumo di una lampadina ad incandescenza da 100W lasciata accesa per la durata dell’eclissi (circa 2 ore e 20 minuti): si trova 233 Wattora, ovvero 0,84 MJ/m², una quantità paragonabile alla radiazione eclissata per metro quadrato. Naturalmente, non si deve pensare che tale valore corrisponda esattamente al quantitativo di energia prodotta, in quanto la termodinamica insegna che nessun sistema fisico è in grado di trasformare interamente in energia elettrica o termica tutta la radiazione solare ricevuta. Si noti tuttavia come il valore di minimo raggiunto dalla curva media abbia un valore di circa 100 W/m², che risulta pienamente compatibile con il valore di una tipica giornata caratterizzata da cielo coperto. Ad esempio, oggi 15 marzo 2015, data in cui sto ultimando questo post, la radiazione solare globale osservata presso UniTo (i dati sono consultabili in questa pagina) è rimasta fino ad ora quasi sempre inferiore ai 100 W/m², a parte un breve periodo intorno a mezzogiorno; tali condizioni sono peraltro comuni a buona parte dell’Italia settentrionale ed aree limitrofe.

Esempio di ciclone extratropicale: il sistema del 18 dicembre 2007 (fonte: pixgood).

Esempio di ciclone extratropicale: il sistema del 18 dicembre 2007 (fonte: pixgood).

I valori appena calcolati mostrano che l’effetto dell’eclissi non è trascurabile, ma risulta paragonabile all’effetto del passaggio di un sistema di nubi esteso per circa un migliaio di km. In effetti, questa animazione relativa all’eclissi dell’agosto 1999 sulla Terra mostra come l’area interessata dal fenomeno sia risultata paragonabile all’area di nuvolosità di un classico ciclone extratropicale (ovvero di una depressione con annessi fronti freddo e caldo, quali quelle che si presentano sulla nostra testa con una frequenza media di una ogni quattro giorni – si veda ad esempio la figura a fianco), solo in moto molto più rapido: abbiamo infatti detto sopra che il cono d’ombra viaggia a circa 1800 km/h, ovvero 500 m/s, da paragonare con i circa 10-50 m/s che costituiscono la tipica velocità di fase di un ciclone extratropicale: così il transito del cono di ombra e penombra impiega circa 2 ore, mentre il transito dell’area nuvolosa collegata ad un ciclone extratropicale impiega circa 1-4 giorni.

Dal momento che l’Unione europea produce circa 90 GW di energia solare e la produzione si potrebbe ridurre temporaneamente fino a 34 GW, se il cielo sarà sereno, secondo quanto si deduce dalle analisi dei gestori (si veda ad esempio questa analisi), ci si attende che l’eclissi solare del 20 marzo 2015 possa avere un impatto significativo sul sistema di potenza elettrica generato con fonti non convenzionali. A questo proposito, giova ricordare che la riduzione potrebbe non riguardare soltanto la produzione di energia solare, ma anche quella eolica (si veda questo documento). Sicuramente la produzione di elettricità da fonti non convenzionali è aumentata in modo rilevante negli ultimi anni. Nonostante queste considerazioni, tuttavia la mia precedente analisi mostra come il fenomeno dell’eclissi non sembra avere effetti così drammaticamente diversi da quelli prodotti dall’arrivo, sulle stesse zone, di un normale ciclone extratropicale delle medie latitudini, se non per la rapidità del passaggio della zona oscurata. Ciò nonostante, visto che, a parte la nuvolosità del momento, le principali caratteristiche astronomiche dell’eclissi sono note da tempo, il settore elettrico sta comunque adottando le misure del caso in modo da mitigare l’impatto dell’eclissi stessa.

La radiazione ultravioletta è la componente più pericolosa in quanto ha energia sufficiente per spezzare i legami chimici, provocando danni a carico dell’occhio come lo pterigio, la pinguecola, la cheratite, la cataratta senile e la degenerazione maculare senile, nonchè una percentuale maggiore dello sviluppo di tumori a carico della cute perioculare. Fonte: dott. Benedetti.

La radiazione ultravioletta è la componente più pericolosa in quanto ha energia sufficiente per spezzare i legami chimici, provocando danni a carico dell’occhio come lo pterigio, la pinguecola, la cheratite, la cataratta senile e la degenerazione maculare senile, nonchè una percentuale maggiore dello sviluppo di tumori a carico della cute perioculare. Fonte: dott. Benedetti.

Per concludere, vorrei ancora sottolineare un aspetto. L’eclissi di Sole è un fenomeno sicuramente intrigante e il fatto che la radiazione proveniente dalla nostra stella sia ridotta potrebbe indurre a pensare che sia molto meno pericoloso osservare il Sole, magari addirittura ad occhio nudo. Ebbene, non fatelo. Se guardare il Sole pieno ad occhio nudo produce un’immediata sensazione di dolore che costringe a chiudere l’occhio e non è particolarmente dannoso, un’esposizione prolungata può produrre lesioni alla retina e danni all’apparato oculare, soprattutto per effetto dei raggi ultravioletti, mentre la componente infrarossa può riscaldare eccessivamente le pareti oculari. In caso di eclissi parziale, il pericolo tuttavia è maggiore, in quanto la pupilla rimane spiazzata dalla vicinanza tra la porzione di disco solare non ombreggiato e la parte in ombra, e tende a dilatarsi, esponendo quindi maggiormente la retina alla radiazione da parte della porzione di Sole non eclissata ed aumentando il rischio di danneggiamento permanente delle cellule della retina, per di più senza sperimentare alcun dolore. È quindi opportuno utilizzare filtri ottici appropriati, del tipo delle lenti da saldatore, in grado di filtrare opportunamente la componente ultravioletta dello spettro; mentre l’efficacia di dispositivi improvvisato, come ad esempio i vecchi rullini fotografici vergini, rischia di essere minima o nulla, e pertanto è sconsigliata. Allo stesso modo, osservare il Sole con un binocolo senza filtri equivale a concentrare sulla retina la radiazione, ed è operazione dannosissima. Ricordiamoci che un’eclissi dura due ore, ma un eventuale danno all’apparato oculare potrebbe produrre danni permanenti che ci porteremo dietro quindi per tutta la vita. La cautela è d’obbligo!

Il TLC Qendresa I sfiora la Sicilia

Il TLC Qendresa I sfiora la Sicilia

Linee di corrente che evidenziano i venti

Linee di corrente che evidenziano i venti. Fonte: Earth.

Dopo tre anni dall’ultimo evento, il TLC che si era sviluppato pochi giorni dopo l’alluvione di Genova del 2011, ecco ripresentarsi un altro sistema con caratteristiche tropicali sul Mediterraneo, qui evidenziato dalle pittoresche linee di corrente che si attorcigliano su loro stesse. Si tratta del nucleo centrale della depressione Qendresa I (nome dato al sistema dall’università di Berlino), che nei giorni scorsi ha attraversato l’intera penisola provocando diversi nubifragi da nord a sud, o in modo diretto o con le correnti ad essa associate. Non appena questa saccatura ha toccato il nord Africa, la sua parte centrale si è trasformata in un sistema tropicale, quelli che nel Mediterraneo sono chiamati TLC (Tropical Like cyclone) oppure Medicane (Mediterranean Hurricane). Tale sistema, che si presenta sul Mediterraneo con una cadenza di circa un evento all’anno, come detto, mancava da circa tre anni. Si presenta in un periodo che statisticamente risulta come uno dei più probabili per fenomeni di questo tipo.

Immagine satellitare del ciclone Qendresa poco dopo la sua formazione

Immagine satellitare del ciclone Qendresa poco dopo la sua formazione. Fonte: Eumetsat.

I sistemi prettamente tropicali hanno una genesi e dinamica completamente diversa da quelli che si verificano invece alle medie latitudini, e che sono sempre chiamati cicloni ma extratropicali (extratropical cyclones): in quelli tropicali, infatti, l’energia del sistema deriva dalla condensazione del vapore acqueo “aspirato” dal sistema sopra la superficie del mare (e questo è il motivo per il quale, generalmente, tali sistemi si dissipano quando si trovano su mari più freschi o sopra la terraferma, dove la quantità di vapore acqueo è minore), mentre in quelli extratropicali l’energia è insita alla baroclinicità del sistema e proviene dalla differenza di temperatura tra la massa d’aria calda (tipicamente subtropicale) e quella fredda (tipicamente subpolare, talora artica) dal cui scontro ha origine il sistema. I TLC sono piuttosto rari (mediamente nell’ultimo quarantennio se ne sono verificati circa uno all’anno) e, poiché sia la temperatura superficiale sia l’estensione del Mediterraneo sono notevolmente inferiori a quelle di un oceano tropicale, hanno una genesi mista (ovvero si formano quando esiste una forzante esterna che crea una rotazione delle correnti) e generalmente rimangono di debole intensità per tutta la loro breve vita.

Traiettorie previste per il minimo del ciclone Qendresa (ricostruzione manuale mia)

Traiettorie previste per il minimo del ciclone Qendresa (ricostruzione manuale mia)

Il sistema si è formato nelle prime ore della mattina di oggi, forzato da un approfondimento bariclino favorito dal contrasto tra l’aria fredda subpolare che ha fato irruzione sin dai giorni scorsi nel Mediterraneo ed il richiamo di aria calda africana. Le correnti previste a mezzogiorno sembravano indirizzarlo nelle prossime ore tra Malta e Pachino, con fluttuazioni di percorso abbastanza minime tra diversi modelli di previsione, di diversa tipologia, risoluzione ed inizializzazione. L’immagine, creata dal sottoscritto, rivela infatti le traiettorie previste dai due modelli BOLAM di ARPA Liguria e dai tre WRF del LAMMA. Come si vede, alcuni run modellistici (per la verità, la maggior parte di essi) prevedevano che il sistema curvasse verso nordest, quindi penetrando nel territorio siciliano, per poi curvare verso sudest ed uscirne, passando nei pressi di Pachino, o leggermente più a nord. Altre simulazioni invece mostravano una traiettoria più meridionale (vicina a quella effettivamente avutasi), che avrebbe lambito più l’isola di Malta che non la Sicilia.

Fascio di traiettorie prevedibili per il ciclone Qendresa

Fascio di traiettorie prevedibili per il ciclone Qendresa (ricostruzione mia)

A mezzogiorno, quindi, sarebbe stato possibile creare una mappa come quella a fianco, tipica delle zone tropicali,  che indicava il percorso medio del sistema e l’area su cui si sarebbe allargato. Normalmente, per i sistemi tropicali, la figura geometrica che racchiude le traiettorie possibili si allarga col tempo, mentre in questo caso si osserva un restringimento della stessa dopo aver superato l’asse tra le coste orientali della Sicilia e Malta, in quanto le condizioni bariche previste per la giornata di domani dovrebbero comunque indirizzare il minimo barico verso sudest.

Nella realtà, la traiettoria seguita dal sistema lo ha portato a passare esattamente sopra l’isola di Malta (dove si trova in questo momento, ovvero le 18 ora solare), seguendo una traiettoria pressochè lineare a partire dal punto in cui si è formato, al largo della Tunisia.

L'occhio del ciclone Qendresa alle 16 UTC.

L’occhio del ciclone Qendresa alle 16 UTC. Fonte: sat24.com

Il sistema ha sviluppato caratteristiche anche visive tipiche di un sistema tropicale. Oltre al nucleo caldo, in realtà non molto visibile dalle mappe dei modelli in quanto presenta una differenza termica rispetto all’aria circostante dell’ordine di 1 °C, si nota chiaramente dall’immagine satellitare che il sistema ha un occhio ben sviluppato, attorno al quale svettano nubi torreggianti. I sistemi mediterranei sono meno intensi del fratelli maggiori che si sviluppano sopra i mari tropicali (quelli che vengono chiamati uragani, tifoni o cicloni a seconda della zona del mondo in cui si formano), per via delle temperature decisamente più contenute che trovano sul Mediterraneo, ed i danni attesi dal passaggio di tali sistemi sono legati prevalentemente all’intensità del vento, come dettaglieremo a breve.

Velocità del vento stimate da dati scatterometrici

Velocità del vento stimate da dati scatterometrici. Fonte: NOAA.

Nelle ore centrali della giornata, i dati degli scatterometri indicano velocità del vento a terra dell’ordine del 50 nodi, ovvero circa 90 km/h, in linea con i valori previsti dai modelli a mesoscala. Tuttavia, si tratta di velocità medie: i valori istantanei potrebbero essere più elevati.Ricordiamo a tal proposito che i sistemi tropicali sono generalmente catalogati, seguendo la scala di Saffir-Simpson, in cinque categorie. Il primo grado della scala prevede venti al suolo di intensità compresa nel range 64-82 kt (kt significa nodi), ovvero 119-153 km/h, e tale valore rappresenta la il valore più elevato delle medie del vento su 10 minuti. Seguendo questa definizione, se il TLC Qendresa I si fosse sviluppato ai tropici, sarebbe stato catalogato come “tropical storm” (tempesta tropicale) e non come un vero ciclone tropicale. Tuttavia, dato che sul Mediterraneo tutti i sistemi del tipo TLC sono deboli, convenzionalmente non si considerano queste distinzioni. Dal punto di vista previsionale, le velocità registrate dovrebbero mantenersi fino alle prime ore del mattino di domani, quando il sistema oltrepasserà la Sicilia.

Prima di passare a vedere quale sarà l’evoluzione del sistema dopo il passaggio nei pressi della Sicilia è doveroso fare un cenno sulle capacità di previsione da parte dei modelli numerici. Guardando le traiettorie previste da modelli diversi, notiamo come sia presente, proprio nei pressi di Malta, un’imprecisione di poche decine di km.

Situazione prevista dal modello IFS dell'ECMWF per le ore 00 UTC di domani sabato 8 novembre.

Situazione prevista dal modello IFS dell’ECMWF per le ore 00 UTC di domani sabato 8 novembre.

Pur tenendo conto del fatto che l’esatta collocazione del minimo può avere pesanti ripercussioni sugli eventuali danni, è necessario e doveroso dire che, anche a poche ore di distanza, una localizzazione con una precisione della decina di km per un sistema di questo tipo è ancora un obbiettivo utopistico. consideriamo anche un altro aspetto: nel Mediterraneo tali sistemi sono abbastanza rari e producono, in fondo, meno danni di altri tipi di sistemi, come i temporali di forte intensità. Inoltre, nessuna nazione che si affaccia sul Mediterraneo possiede un servizio che segua la genesi e l’evoluzione di tali sistemi (come avviene per le nazioni tropicali), né modelli opportunamente calibrati per seguirne le fasi di sviluppo. Dal mio punto di vista, pertanto, giudico come molto buone le performance dei modelli a mesoscala, che comunque hanno previsto bene nelle tempistiche il fenomeno, tenendo conto che comunque anche i modelli globali (p.es. l’IFS dell’ECMWF, che – ricordiamo – ha un passo griglia di una quindicina di km) avevano evidenziato la possibilità di formazione di questo minimo, localizzandolo abbastanza precisamente.

Mappa delle temperature superficiali del mare (SST)

Mappa delle temperature superficiali del mare (SST). Fonte: IMGV.

Indipendentemente da quale sarà la traiettoria, tuttavia, gli effetti saranno simili, e le zone più colpite saranno comunque le coste della Sicilia orientale (oltre che – per ovvi motivi – quelle maltesi), in quanto tutta la fascia costiera compresa tra Catania e Pachino sarà direttamente esposta al vento orientale ciclonico. A causa della presenza di nubi torreggianti si verificheranno anche precipitazioni di intensità moderata o forte, ma queste ultime non saranno comunque più intense delle precipitazioni normalmente associate ai temporali già verificatisi in zone adiacenti nella giornata odierna. I TLC infatti sono generalmente deboli e il loro principale effetto è perlopiù legato alla ventosità, ed ai fenomeni ad essa associati (mareggiate e fenomeni di storm surge, eventualmente amplificati da configurazioni locali).

Mappa delle anomalie di temperatura superficiale del mare, ovvero la differenza tra il valore attuale e quello medio clomatico del periodo

Mappa delle anomalie di temperatura superficiale del mare, ovvero la differenza tra il valore attuale e quello medio clomatico del periodo

Nella giornata di domani, il TLC Qendresa I tenderà a perdere intensità e si ritrasformerà in un normale piccolo ciclone extratropicale; gradualmente, nel corso della giornata, il minimo di pressione si “colmerà” durante il suo transito verso ESE sul Mediterraneo centrale, fino a sparire. Questo nonostante il sistema entri in un mare ancora più caldo di quello già abbastanza caldo (per il periodo) sul quale si è formato, sia a livello assoluto che in termini di anomalia. La mappa mostra anche come il passaggio della saccatura nei giorni scorsi abbia riportato più vicino alla norma le temperature del Mediterraneo occidentale, ad ovest della Sardegna, mentre tutti il Mediterraneo centrale risulta ancora molto più caldo della media stagionale, con valori termici tipici di un inizio autunno. Proprio la considerazione che la presenza di una mare caldo, e quindi in teoria favorevole allo sviluppo ulteriore di un TLC, non sia sufficiente a farlo rinvigorire dopo il transito su Malta dimostra come la meteorologia dei sistemi di tipo tropicale sia molto complessa e difficile da prevedere, e mette in risalto le performance non poi così male dei tanto bistrattati modelli meteorologici.

Pubblicato il 7 novembre 2014 @17:42.

Aggiunta del giorno dopo: segnalo anche il bel post di Antonello Pasini sullo stesso argomento, dal titolo: “Ci mancava solo il ciclone“.

4 novembre 1994 – 4 novembre 2014 a confronto

Sono passati quasi venti anni da quel giorno di novembre 1994 in cui il Piemonte venne travolto da un’alluvione che colpì l’immaginario collettivo in quanto si trattava di un fenomeno senza precedenti a memoria d’uomo su una scala così vasta, e che riportava alla mente eventi simili lontani, come l’alluvione di Firenze, che distrusse la città negli stessi giorni del 1966.

Il tutto ebbe inizio nella giornata di venerdì4 novembre, quando violente precipitazioni a carattere temporalesco presero ad abbattersi sulle aree meridionali del Piemonte e sulla costa ligure, estendendosi col passare delle ore a gran parte del territorio regionale, con ratei di oltre 35 mm di pioggia all’ora e picchi di 55 mm/ora. I notiziari ed i giornali tardarono a parlare dell’evento in corso, e quando le immagini cominciarono ad arrivare in TV inondarono le case degli italiani di immagini orribili di vittime, distruzione, rabbia, rassegnazione. Questo video descrive molto bene le dimensioni dell’evento ed i danni. Questo post invece racconta un nostro studio sull’evento, una tesi che ho seguito e che rappresenta uno dei tanti usciti dopo l’evento che si proponeva di capire se e quanto i modelli dell’epoca erano in gradi di ricostruire eventi simili. Eventi che, dopo tale data, si sono susseguiti sempre più intensi e più frequenti, in varie zone d’Italia, riproponendo ogni volta immagini simili di devastazione, incredulità, ed un senso di impotenza e rassegnazione.

Oggi, a venti anni esatti di distanza, uno scherzo del destino ripropone una situazione meteorologica apparentemente simile a quella del 4 novembre 1994. Ma simile quanto? Per tentare di rispondere, proviamo a mettere a confronto alcune mappe e diagrammi relativi al 1994 con le omologhe di oggi. Concentreremo la nostra attenzione, in particolare, su quattro tipi di figure.

La prima figura mostra insieme l’altezza di geopotenziale a 500 hPa (colori e linee nere) e la pressione a livello del mare (linee bianche). La seconda figura mostra le temperature (colori) e l’altezza di geopotenziale a 850 hPa (linee bianche). La terza figura mostra i radiosondaggi eseguiti a Milano. In tutti i casi, la figura a destra si riferisce alla mattina del 4 novembre 1994, e quella a destra alla mattina del 4 novembre 2014. Infine, la quarta mostra le cumulate di pioggia durante l’intero evento; nel 1994, si riferiscono al periodo 4-6 novembre e rappresentano le misure, mentre nel 2014 si riferiscono alle stime della pioggia cumulata prevista da un modello meteorologico. Il modello scelto è il WRF inizializzato GFS che abbiamo fatto girare nei nostri laboratori al fine di produrre le previsioni meteorologiche che pubblichiamo sul nostro sito universitario. Il WRF che abbiamo usato è la versione ARW 3.6, che giriamo su un grigliato padre di 18 km ed un grigliato figlio centrato sul Piemonte di 6 km, guidato dai dati GFS a 1° di risoluzione. Confronti con run eseguiti da altri centri usando modelli simili in configurazioni diverse, o altri modelli, hanno mostrato quantitativi e localizzazioni simili per le piogge previste.

Iniziamo ad esaminare la distribuzione del campo barico al suolo ed in quota. In entrambi i casi si nota un anticiclone robusto sul basso Atlantico, una profonda saccatura tra l’Atlantico e l’Europa, un’altra saccatura a sudovest della Groenlandia, ed un’alta pressione ad est dell’Italia. Apparentemente le configurazioni appaiono simili, ma in realtà ci sono delle differenze

Altezza di geopotenziale a 500 hPa e pressione a livello del mare relative al 4 novembre. A sinistra, 1994; a destra, 2014.

Altezza di geopotenziale a 500 hPa e pressione a livello del mare relative al 4 novembre. A sinistra, 1994; a destra, 2014.

sostanziali. La saccatura del 1994 era più stretta in quanto l’onda anticiclonica in quota sull’Europa orientale presentava un massimo robusto sul Mediterraneo centrale, che includeva anche l’Italia meridionale, ed al suolo era presente una cella anticiclonica molto intensa sulla Scandinavia. La saccatura del 2014 è più allargata e coinvolge anche la Scandinavia; l’anticiclone sull’Europa orientale c’è ma non è molto intenso, e soprattutto non è statico, per cui permette la traslazione del sistema verso est. Nel 1994 la saccatura rimase bloccata per tre giorni in quella posizione, e il flusso di aria fredda lungo il bordo occidentale della saccatura attivò un richiamo di aria calda africana che andò a scorrere proprio sull’Italia. La saccatura di oggi è più profonda, in quota, di quella del 1994, in quanto l’altezza di geopotenziale sulla Gran Bretagna è decisamente inferiore, ma è più allargata e può sfogarsi verso est; pertanto, il flusso di aria calda in quota non è diretto da sud verso nord, come nel 1994, ma da SSO verso NNE, con un minore effetto di convergenza al suolo. Notiamo anche, inoltre, come tutto il sistema si trovi leggermente shiftato verso ovest, sia al suolo che in quota.

Temperatura al livello barico di 850 hPa relativa al 4 novembre. A sinistra, 1994; a destra, 2014.

Temperatura al livello barico di 850 hPa relativa al 4 novembre. A sinistra, 1994; a destra, 2014.

Vediamo ora la situazione a 850 hPa. Qui si può notare come l’aria fredda che scende sul bordo occidentale della saccatura nel 2014 al largo della Spagna sia mediamente più fresca di quanto non lo fu nel 1994, mentre al contrario l’aria calda avvettata dal nord Africa verso l’Italia era leggermente più calda nel 1994 rispetto ad oggi. Notiamo anche come l’Europa orientale risulti mediamente più calda nel 2014 di quanto non lo fosse nel 1994, e questo spiega in parte la pressione al suolo mediamente inferiore.

Radiosondaggio condotto a Milano alle ore 00 UTC del 4 novembre. A sinistra, 1994; a destra, 2014.

Radiosondaggio condotto a Milano alle ore 00 UTC del 4 novembre. A sinistra, 1994; a destra, 2014.

L’analisi del radiosondaggio eseguito a Milano alle 00 UTC mostra una bassa troposfera similmente umida, ma un’alta troposfera nettamente più secca oggi che nel 1994, e questo ci permette di evidenziare un’altra grande differenza tra i due eventi. Nel 1994, l’alluvione arrivò dopo un lungo periodo di piogge precedenti che avevano già saturato il suolo ed innalzato i livelli dei fiumi. L’evento del 2014, nonostante l’estate molto piovosa, avviene dopo un lungo periodo di precipitazioni inferiori alla media e terreni mediamente asciutti o poco umidi; i livelli dei fiumi fino ad ieri erano ben sotto la norma. Ne è prova l’aria più secca che si osserva sopra i 5000 m di quota a Milano oggi. Lo zero termico nel 1994 sfiorava i 4000 metri, e rimase alto durante tutto il periodo dell’alluvione. Oggi lo zero termico supera comunque i 3000 metri di quota, ma è destinato ad abbassarsi lievemente in quanto il flusso di aria meridionale appare meno caldo del 1994 (è meno diretto).

Pioggia accumulata durante l'evento di maltempo. A sinistra: valori osservati relativi alle 72 ore dei giorni 4-5-6 novembre 1994. A destra: valori previsti da WRF/GFS relativi alle 48 ore dei giorni 4-5 novembre 2014.

Pioggia accumulata durante l’evento di maltempo. A sinistra: valori osservati relativi alle 72 ore dei giorni 4-5-6 novembre 1994. A destra: valori previsti da WRF/GFS relativi alle 48 ore dei giorni 4-5 novembre 2014.

Diamo infine un’occhiata ai quantitativi di precipitazione osservati nel 1994 e previsti nel 2014. Si nota come ci siano delle somiglianze sulla localizzazione delle zone che ospitano i massimi di precipitazione, ma anche alcune differenze. Nel 1994, il massimo assoluto della precipitazione fu osservato tra le valli di Lanzo, valle Orco e Soana ed il canavese, e su alto biellese e VCO, mentre sul versante piemontese dell’Appennino ligure e sulle Alpi marittime si registrò un massimo secondario molto localizzato temporalmente. Sul resto della regione, le precipitazioni furono comunque cospicue. L’evento durò tre giorni.

Nel 2014, si prevede che il grosso dell’evento duri tra 24 e 36 ore. I quantitativi di pioggia che, secondo la simulazione di WRF inizializzato GFS, cadranno sulla regione mostrano valori lievemente superiori sulle Alpi marittime, con i massimi però apparentemente localizzati sui versanti francese e ligure (a questo proposito, tuttavia, occorre ricordare che talora i modelli non sempre centrano esattamente la posizione dei massimi, a seguito di imprecisioi anche legate alla rappresentazione approssimata dell’orografia, per cui tali massimi potrebbero anche coinvolgere, nella realtà, il versante piemontese) e valori quantitativamente inferiori sul nord Piemonte, più spostati verso est in quanto coinvolgerebbero la zona compresa tra il canavese e la zona laghi, risparmiando le Alpi Graie. Sulle pianure piemontesi i quantitativi di pioggia risulterebbero decisamente più modesti che nel 1994.

In definitiva, il confronto tra i due eventi, quello in corso e l’alluvione del 1994, mostra come, quest’anno, siamo di fronte ad un evento che – stando alle previsioni – si profila fortunatamente come meno drammatico, pur se i quantitativi di precipitazione previsti, nelle zone in cui si registreranno i massimi, siano talora maggiori di quelli del 1994. Tuttavia, quello che a questo evento mancherebbe è la pioggia generalizzata che, nel 1994, si scaricò su tutta la regione, anche nelle zone dove non si registrarono i massimi, a seguito della stazionarietà del sistema per molte ore sullo stesso territorio. E, soprattutto, la condizione iniziale molto diversa del terreno e dei fiumi, oggi in grado di assorbire parte dell’acqua precipitata, al contrario di quanto avvenne nel 1994, quando erano già saturi e praticamente incapaci di assorbire già le prime piogge. Speriamo che, in questo caso, l’atmosfera sia ubbidiente e segua la previsione dei modelli, sulla quale si basa la mia analisi, in modo da non dover fare la conta dei danni e delle vittime all’indomani del termine dell’evento.

Ondate di tempesta: l’uragano Sandy

Ondate di tempesta: l’uragano Sandy

Ripropongo qui sul mio blog la traduzione in italiano di un interessante post pubblicato ieri 29 ottobre 2014 su Real Climate, in questo sito. Con l’intento di pubblicizzare un libro sulle conseguenze dell’uragano Sandy negli USA, sono stati estratti da tale libro alcuni passaggi chiave di poche righe nei quali si discute in modo (a mio giudizio) molto chiaro sul funzionamento dei modelli per le previsioni meteorologiche, sui collegamenti tra eventi estremi e cambiamenti climatici, e sulla questione dell’importanza delle politiche di adattamento e mitigazione nella prevenzione dei danni futuri. La questione assume particolare rilevanza pensando che, non più tardi di tre settimane fa, diverse aree del nostro paese hanno subito ancora una volta danni ingenti ad opera di fenomeni estremi. Anche se la genesi dei fenomeni era diversa, la discussione sulla relazione tra il verificarsi di tali eventi ed i cambiamenti climatici in corso appare del tutto adatta, così come appare scritta appositamente per noi anche la discussione sulle opere di mitigazione ed adattamento necessarie per minimizzare danni e vittime.

Ho tradotto la parola inglese “surge” del titolo originale del post (Storm surge: Hurricane Sandy) con l’espressione italiana “ondate”. Non si tratta di una traduzione letterale, ma la scelta è stata veicolata dalla considerazione che il principale effetto distruttivo dell’uragano sulla terraferma è stato causato dalla violenza delle ondate lungo le aree costiere, e dall’allagamento delle zone sotterranee e, talora, anche superficiali da parte di acqua marina proveniente dall’oceano.

Allo stesso tempo, ho tradotto “storm” con “tempesta”, da intendersi non nel senso di grandine ma in quello di sistema meteorologico in grado di provocare danni a causa dell’estrema intensità del vento e, talora, anche delle precipitazioni ad essa associate.

Infine, ricordo che “uragano” (hurricane) è il modo americano di chiamare i cicloni tropicali atlantici, che invece in Asia sono chiamati tifoni (typhoon) ed in Oceania semplicemente cicloni (cyclones o cyclonic storms). Questi sistemi hanno una genesi e dinamica completamente diversa da quelli che si verificano invece alle medie latitudini, e che sono sempre chiamati cicloni ma extratropicali (extratropical cyclones): in quelli tropicali, infatti, l’energia del sistema deriva dalla condensazione del vapore acqueo “aspirato” dal sistema sopra la superficie del mare (e questo è il motivo per il quale, generalmente, tali sistemi si dissipano quando si trovano su mari più freschi o sopra la teraferma, dove la quantità di vapore acqueo è minore), mentre in quelli extratropicali l’energia è insita alla baroclinicità del sistema e proviene dalla differenza di temperatura tra la massa d’aria calda (tipicamente subtropicale) e quella fredda (tipicamente subpolare, talora artica) dal cui scontro ha origine il sistema. Per concludere questa breve digressione, ricordiamo che anche nel Mediterraneo possono formarsi dei cicloni tropicali (vengono chiamati Medicane – crasi di Mediterranean hurricane – oppure TLC – acronimo di Tropical Like Cyclones: si veda questo mio post scritto in occasione dell’ultimo evento verificatosi sul Mediterraneo, nel novembre 2011), anche se sono piuttosto rari (mediamente nell’ultimo quarantennio se ne sono verificati circa uno all’anno); poiché sia la temperatura superficiale sia l’estensione del Mediterraneo sono notevolmente inferiori a quelle di un oceano tropicale, tali sistemi hanno una genesi mista e generalmente rimangono di debole intensità per tutta la loro breve vita.

Veniamo ora alla traduzione del post di Real Climate.

copertina libro Adam Sobel "Storm Surge: Hurricane Sandy, Our Changing Climate, and Extreme Weather of the Past and Future"

La copertina del nuovo libro di Adam Sobel “Storm Surge: Hurricane Sandy, Our Changing Climate, and Extreme Weather of the Past and Future”

Nel secondo anniversario del giorno in cui il Superstorm Sandy ha toccato terra [NdT: 29 ottobre 2012], abbiamo preparato alcuni estratti del nuovo libro di Adam Sobel “Storm Surge: Hurricane Sandy, Our Changing Climate, and Extreme Weather of the Past and Future”. Si tratta di un’ottima lettura che spazia dalla meteorologia dell’evento, alla preparazione, alle risposte e implicazioni per il futuro.

Estratti

Il 28 ottobre 2012, un uragano gigante e deforme ha fatto una svolta a sinistra rispetto alla sua precedente traiettoria verso nord sull’Oceano Atlantico e si è diretto verso la costa del New Jersey. La sera del 29 ottobre, a seguito di un percorso mai osservato in precedenza in 160 anni di osservazioni di uragani sull’Atlantico, il centro della tempesta ha toccato terra nei pressi di Atlantic City.

La dimensione della tempesta, così come la traiettoria, non hanno precedenti nella memoria scientifica. Sandy è stato il più grande uragano mai osservato nei diversi decenni in cui esistono misure di buona qualità delle dimensioni degli uragani atlantici.

Uragano Sandy

Immagine dell’uragano Sandy (fonte: NASA)

Quando toccò terra, venti di burrasca interessarono una gran parte della costa orientale e un enorme gruppo di costruzioni sull’oceano. A nord del centro del ciclone, le correnti orientali di Sandy si spinsero per oltre mille miglia sul mare prima di arrivare a terra, creando enormi ondate: una serie gigante di lente ondate che hanno letteralmente trascinato l’oceano verso l’interno, come un’enorme alta marea, sommergendo alcuni dei territori più densamente popolati, economicamente attivi, e preziosi.

L’entità del disastro è stata storica. A New York, l’acqua non era mai arrivata così in alto almeno dal 1821, se poi. Per le persone nelle zone più colpite, si è trattato di un evento che gli ha rovinato la vita, in alcuni casi letteralmente.

Mentre il bilancio delle vittime è stato contenuto rispetto all’uragano Katrina, ed estremamente basso rispetto a quello dei peggiori disastri causati da cicloni tropicali nella storia recente di tutto il mondo [NdT: si veda, ad esempio, il caso del tifone Haiyan sulle Filippine, nel 2013, che ha fatto oltre seimila vittime], è stato comunque abbastanza alto da essere gravemente scioccante qui, a New York City, dove perdere la vita per un uragano era visto come un qualcosa che accade solo in luoghi lontani. Molte, moltissime persone hanno visto le loro case distrutte, e in alcuni casi interi quartieri. L’uragano ha paralizzato le infrastrutture di uno dei più vivaci centri economici e culturali del mondo per settimane intere. Il danno economico è stato conteggiato in almeno cinquanta miliardi di dollari, e forse ancora di più: 65 miliardi.

Vista aerea della distruzione causata da Sandy nelle aree costiere del New Jersey scattatadurante una missione del 1-150 Assault Helicopter Battalion, New Jersey Army National Guard, il giorno 30 ottobre 2012  (foto U.S. Air Force di Master Sgt. Mark C. Olsen/Released).

Vista aerea della distruzione causata da Sandy nelle aree costiere del New Jersey scattatadurante una missione del 1-150 Assault Helicopter Battalion, New Jersey Army National Guard, il giorno 30 ottobre 2012 (foto U.S. Air Force di Master Sgt. Mark C. Olsen/Released).

Le lezioni fondamentali che possiamo trarre da Sandy ruotano attorno alle previsioni: come facciamo le previsioni del comportamento dell’atmosfera, e il modo in cui vi rispondiamo una volta che sono state fatte. Fare le previsioni del tempo è un’impresa unica. La gente fa previsioni di molti tipi: sui risultati delle elezioni, o sulle partite di baseball, o sulle fluttuazioni del mercato azionario, o su questioni economiche ancor più grandi. Alcune di queste previsioni si basano su modelli matematici. La maggior parte di questi modelli matematici sono statistici, nel senso che usano regole empiriche sulla base di quanto è successo in passato. I modelli utilizzati per le previsioni del tempo (e i loro parenti stretti, i modelli per la previsione del clima), al contrario, sono dinamici. Usano le leggi della fisica per prevedere come il tempo cambia da un momento all’altro. Le leggi che regolano le elezioni o il mercato – le regole del comportamento della moltitudine di persone che determinano i risultati – non sono conosciute bene, se esistono. I modelli devono quindi essere costruiti sull’ipotesi che l’esperienza passata sia indicativa dei risultati futuri. Se le previsioni meteorologiche fossero ancora fatte in questo modo, sarebbe stato semplicemente impossibile da prevedere, giorni prima dell’evento, che l’uragano Sandy svoltasse a sinistra e colpisse la costa americana durante il suo moto verso ovest. Nessun meteorologo aveva mai visto succedere una cosa del genere, perché nessuna tempesta si era mai comportata così. Per la stessa ragione, nessun modello statistico addestrato sulla base del comportamento passato avrebbe riprodotto quanto accaduto come risultato probabile.

Nel caso di Sandy, i meteorologi non solo sono riusciti a vedere questo risultato come una possibilità già oltre una settimana prima del tempo, ma erano abbastanza sicuri che ciò accadesse da quattro o cinque giorni prima che l’uragano arrivasse [NdT: a New York]. Le previsioni, come quelle che abbiamo visto, che hanno previsto come Sandy si è formato e come si è trasferito fin sulla costa, non nascono dal cielo. Sono invece il risultato di un secolo di notevole successo scientifico, a partire dai primordi in Norvegia nei primi anni del 1900 [NdT: la teoria della ciclogenesi della famiglia Bjerkenes]. Il fondamento intellettuale di tutta la costruzione delle previsioni del tempo era l’idea che le leggi della fisica avrebbero potuto essere utilizzate per capire il tempo; un’idea radicale agli inizi del XX secolo. Realizzare questo obbiettivo ha richiesto moltissimi progressi concettuali, nel corso dei decenni, e miglioramenti nella tecnologia (in particolare i computer digitali).

I più gravi problemi evidenziati da Sandy non sono consistiti nelle attività di preparazione subito prima del disastro, o nella risposta all’emergenza immediatamente dopo. Ma sono invecelegati alla costruzione delle nostre coste nell’arco di molti decenni. A lungo termine, inoltre, ci sono state ottime previsioni di ciò che potrebbe accadere al nostro ambiente costruito lungo l’acqua costiera nella zona di New York City. Non si tratta, in questo caso, di previsioni di un singolo evento in una data e ora specifiche, ma piuttosto di valutazioni scientifiche dei rischi di una tempesta così violenta come è stata Sandy, o ancora peggio. Si sapeva da decenni, almeno, che New York è vulnerabile a inondazioni indotte da una tempesta o un uragano. Così come erano anche note le conseguenze che ne sarebbero derivate, a grandi linee. L’inondazione delle linee della metropolitana, ad esempio, era stata immaginata sin dal 1990.

Sandy non ha avuto bisogno dei cambiamenti climatici per verificarsi, e la storia del disastro non ha bisogno di cambiamenti climatici per renderlo importante. Il tema principale di questo libro è Sandy, e si può leggere gran parte del libro senza vedere menzionati i cambiamenti climatici. Ma è un fatto che i cambiamenti climatici si delineano protagonisti sullo sfondo quando cerchiamo di pensare a cosa significhi Sandy per il futuro.

Sandy non è stato solo un estremo colpo di sfortuna, qualcosa che si può supporre non accadrà ancora per qualche centinaio di anni. D’altra parte, non rappresenta neppure “la nuova normalità”, cioè qualcosa che è sicuro che accadrà di nuovo presto, e spesso d’ora in poi.

Quasi certamente si tratta di una via di mezzo. Sarà molto improbabile vedere un altro Sandy quest’anno, o l’anno prossimo, o anche nel prossimo decennio, o nei prossimi due. Non siamo molto più vulnerabili oggi di quanto non lo eravamo un paio di decenni fa. Ma, quando è arrivato Sandy, abbiamo capito di essere più vulnerabili di quanto immaginassimo. E il ritmo del cambiamento sta accelerando.

A causa [NdT: della crescita] del livello del mare, soprattutto, il rischio di ulteriori catastrofi tipo Sandy è in aumento. La scienza degli uragani e dei cambiamenti climatici è ancora giovane, e alcune delle caratteristiche che hanno reso Sandy e le sue ondate così grandi (le loro enormi dimensioni, il carattere ibrido, la svolta a sinistra e l’approdo con traiettoria verso ovest) sono questioni per le quali le connessioni con il clima sono meno note. Ma, a causa dell’innalzamento del livello del mare, si sa che i grandi eventi alluvionali lungo le coste diventeranno più frequenti, quasi indipendentemente da quali siano queste connessioni.

Per quanto riguarda il potenziale di allagamento, ogni metro di innalzamento del livello del mare è equivalente ad un sostanziale aumento dell’intensità delle tempeste. Usando la vecchia scala di intensità degli uragani Saffir-Simpson, quando teneva ancora conto dell’altezza delle ondate di una tempesta (prima che fosse semplificata [NdT: nel 2009] nel tener soltanto conto della velocità massima del vento), il passaggio dalla prima alla seconda categoria, o dalla seconda alla terza, ha fatto diventare molto probabile il vedere un incremento permanente di tre piedi [NdT: circa un metro] del livello del mare, e anche un incremento di sei piedi [NdT: circa due metri] non è affatto fuori questione. Questo è più o meno equivalente ad un aumento di una o due categorie nell’intensità degli uragani.

D’altra parte, il livello del mare sale lentamente. Abbiamo tempo per prepararci. Se ci adattiamo ad esso, poi nel futuro l’innalzamento del livello del mare di un piede [NdT: circa 30 cm] non avrà gli stessi effetti di un innalzamento equivalente oggi, perché saremo più protetti. Potremmo mettere in atto altre difese che avrebbero lo stesso effetto come se avessimo sollevato le nostre città e paesi lungo il mare. Pertanto, un aumento di quattro piedi [NdT: 1.30 m circa] nel futuro non provocherà un disastro come lo farebbe un aumento di quattro piedi oggi. Si tratta di adattamento al cambiamento del clima. Nel linguaggio della politica climatica, la parola “adattamento” si riferisce a qualsiasi azione intrapresa per ridurre i danni del riscaldamento.

Ancora meglio, si potrebbe fare allo stesso tempo anche la mitigazione del clima … Se dovessimo ridurre abbastanza [NdT: le emissioni di gas serra], si potrebbe rallentare in modo significativo il rateo del riscaldamento globale, e conseguentemente il tasso di innalzamento del livello del mare. Una parte del riscaldamento e dell’innalzamento del livello del mare sono già inevitabili, a causa del carbonio che abbiamo già immesso in atmosfera. Ma se dovessimo raggiungere un accordo internazionale serio per trasformare i nostri sistemi energetici in modo che siano più efficienti e facciano più affidamento su fonti rinnovabili come l’energia solare ed eolica – o anche quella nucleare, anche se questo porta un altro insieme di rischi – potremmo intaccare in maniera significativa questo problema.

Però, riusciremo mai a fare qualcosa di tutto ciò?