Quel fatidico 17 aprile di ventiquattro anni fa in Piemonte…

Questa volta voglio condividere un ricordo personale del tutto particolare, relativo ad un giorno di ventiquattro anni fa che non ho più dimenticato: il 17 aprile 1991. Che non cadeva neppure di venerdì, come quest’anno, ma di mercoledì. Eppure…
Il 1991 è ricordato come l’anno dell’eruzione del Pinatubo, praticamente una delle ultime maggiori eruzioni vulcaniche che influirono, sia pure in minima parte, sull’andamento della temperatura media globale. Ad aprile avvenne anche la tragedia della Moby Prince. Ma il 17 ed il 18 sono ricordati per la neve in pianura, praticamente in tutto il nord Italia.
All’epoca il nostro Dipartimento (di Fisica Generale, Università di Torino) aveva una stazione di misura a Trino Vercellese, sulla torre di 120 metri costruita a fianco della centrale nucleare mai partita, come era prevista dalla legge per il monitoraggio atmosferico nei pressi delle centrali nucleari. Intorno alla torre, presso alcuni cascinali attigui, alcuni colleghi avevano dislocato delle piccole postazioni con degli strumenti (microbarometri e strumenti vari). Io ero dottorando in Geofisica del consorzio interuniversitario Genova-Torino-Modena. Nell’aprile 1991 decidemmo di fare una visita al laboratorio di Trino ed anche a tutte le stazioni vicine, portando anche con noi un laureando che aveva lavorato per quasi un anno sui dati di Trino, tanto per fargli vedere il sito che era stato oggetto della sua tesi.
Già allora, pur non essendoci previsioni dettagliate come oggi, le incursioni di aria fredda da est erano previste meglio di altri fenomeni, per cui già da qualche giorno si parlava di quell’avvezione; ricordo che sconsigliai la visita in tale giorno. Non arrivai a prevedere la neve, ma che avrebbe fatto un bel temporalone con magari grandine molle, graupel e tanto vento me lo aspettavo. Purtroppo, le logiche degli incroci del tempo libero di tutti non ci diedero altra scelta.
Partimmo dunque di prima mattina in cinque: io vestito in pratica da inverno, gli altri meno. Prima di partire, ricordo che consultai il numero telefonico 1911, che all’epoca era praticamente l’unico mezzo per sapere qualche valore meteo in giro per l’Italia, e sentìi che, nel nordest, faceva parecchio freddo, con temperature già sui 3-4°C. A Torino, invece, cielo sereno e temperature da inizio estate. Quando mi videro, vestito col giaccone pesante e gli scarponi, qualcuno dei colleghi mi prese bonariamente in giro… Io continuavo a ripetere: guardate che arriva, in Veneto fa già freddo. Ma quel cielo azzurro e quel caldo sembravano volermi sfottere…
Passammo la mattinata a fare le misure del caso. Ogni tanto qualcuno dei presenti alzava la testa, guardava il cielo azzurrissimo e terso, si detergeva il sudore, e mi guardava soltanto… o diceva “ma il tuo fronte freddo dov’è?” Verso mezzogiorno, c’erano 18°C, una leggerissima brezza, ed un cielo che lasciava presagire solo altro caldo…
Poi… alle 12 circa, cominciammo a sentire un venticello un pochino più teso. Alzammo la testa e, all’orizzonte verso est, scorgemmo dei nuvoloni scuri; contemporaneamente cominciammo a sentire un sommesso brontolio in distanza. In quel momento, pur non avendo mai sperimentato prima un fenomeno simile dal vivo, sentìi che la previsione era stata corretta: il fronte stava arrivando! Nel giro di qualche minuto, fummo raggiunti dal temporale prefrontale, che si manifestò con raffiche fortissime di vento, tuoni e lampi, pioggia orizzontale. Ora i sudori erano non più di fatica, ma di timore…
Avemmo appena il tempo di riparare nell’attiguo laboratorio, ai piedi della torre. Lì c’era il sistema di acquisizione con display che raccoglieva e visualizzava i dati in tempo reale, e ricordo di aver visto la temperatura letteralmente precipitare, con l’impressionante ed insostenibile rateo di circa 0,1 °C ogni dieci secondi.
Mi resi conto che stavo osservando un evento raro, uno di quelli che, per un appassionato di meteorologia quale ero e sono tuttora, si ricordano poi per tutta la vita.
Decidemmo, su mio consiglio, di andare a mangiare, vista l’ora, e visto che il fenomeno non prometteva di durare così poco. Nessuno ora mi diceva più nulla, e soprattutto nessuno mi prendeva più in giro. Nell’aria, c’era la sensazione che stava succedendo qualcosa di particolare. All’uscita dal pranzo, fummo accolti da ventate gelide: eravamo passati – come temperature – da valori tipici di inizio estate al tardo autunno. Il vento era ancora fortissimo, la temperatura era scesa sotto i 10°C, tuoni e fulmini a tutto andare. Recuperammo i pc lasciati in mattinata negli appositi alloggiamenti delle stazioncine, con non poca fatica, visto il vento e la pioggia sferzante. La portina di uno dei boxini venne divelta dal vento all’atto dell’apertura: nonostante la tenessimo, ci scappò di mano, e dovemmo rincorrerla per i campi: una scena veramente da Paperissima. Più tardi, nei pressi di un’altra cascina, all’atto di aprire una portiera della macchina, la portiera stessa venne spalancata da una raffica di vento improvvisa e si incrinò leggermente, tanto che si richiuse a fatica. Ovviamente tutti coloro che non si erano vestiti in modo adeguato (ovvero sia il laureando che gli altri miei colleghi) si ritrovarono bagnati come dei pulcini. In quel frangente, non nego che guadagnai un’enorme considerazione come previsore meteorologo, visto che avevo avvisato tutti da tempo che quel giorno non era proprio adeguato per una missione in campo…
Alla fine, dopo aver fatto tutto quanto si poteva ancora fare nonostante il maltempo, tornammo in macchina; col  riscaldamento acceso al massimo come se fosse inverno, anche per evitare che i colleghi si ammalassero (io invece ero tranquillo…), e via verso Torino. La temperatura nel frattempo era scesa ancora, indicativamente sui 4-5 °C: adesso, a 24 anni di distanza, devo dire che non ricordo i valori esatti, e comunque non avevamo i termometri addosso, né c’erano le app che si collegavano in internet per farci vedere i valori. Non c’erano neppure i siti di meteobufale: che bei tempi! Per dirla tutta, non c’erano neppure i telefonini. Sì, avete capito bene: per chiamare gli altri, si usavano i telefoni a gettone (!); solo i miliardari avevano le auto col telefono dentro; e dico miliardari perché, all’epoca, non c’era l’euro ma la lira; c’era il MEC invede della UE, e la moneta unica esisteva solo come valore fittizio, e si chiamava ECU. Altri tempi, è vero; ma sono ancora vivo e neppure così vecchio!!!
Nel tragitto verso Torino, cominciammo a veder cadere, nell’incredulità generale, i primi fiocchi di neve e, procedendo verso Chivasso, la precipitazione divenne totalmente nevosa, con accumulo al suolo. Inconcepibile, visto che era il 17 aprile. E anche se – ventiquattro anni fa – il global warming non aveva ancora scaldato per bene il nostro pianeta come oggi, anche perché i valori di CO2 erano nettamente inferiori (eravamo sui 351 ppm… oggi ahimé abbiamo superato i 400!!!), veder nevicare in pianura a metà aprile era un vero shock!

Torino il 17 aprile 1991.

Torino il 18 aprile 1991.

In giro, poi, si vedevano scene veramente comiche, imbarazzanti, da ridere: gente intirizzita e senza ombrello (ma anche se ce l’avevano, era inutilizzabile, a causa del vento), alcuni addirittura in pantaloncini e maniche corte, tutti a piedi o in bici sotto la neve, i cui fiocchi saettavano in orizzontale. Anche in città stava nevicando: una cosa rarissima vedere la neve cadere a tormenta nel centro di Torino! Anche d’inverno.
Più tardi, tornando a casa (abitavo a Baldissero Torinese, dietro Superga), scoprìi che la strada per Superga era stata chiusa, come accadeva d’inverno, probabilmente perché qualcuno aveva provato a salire senza gomme da neve e si era bloccato; per cui dovetti fare il giro da Chieri.

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Il mio giardino a Baldissero Torinese, fotografato la mattina del 19 aprile, quando il fronte e il relativo minimo lasciarono il Piemonte.

Nei due giorni, 17 e 18 aprile, nel mio giardino (a poco meno di 500 metri di quota), misurai 24 cm di neve fresca. La nevicata continuò ancora per parte del 18 aprile, poi il fenomeno cessò. Ricordo che le temperature rimasero comunque fresche, per il periodo, fino ai primi di maggio.
Non farò l’analisi meteorologica, in quanto sul web se ne trovano già infinite. Ne cito qui una per tutte di meteoasti, e qui un altro link al forum di meteopassione. Ma voglio comunque dare qualche numero. Presso la mia stazione di Baldissero Torinese, il 17, la minima del mattino fu 9,2°C, la massima fu 17,8 °C, mentre alle ore 20 c’erano -0,3°C; il giorno dopo, minima di -0,3°C e massima di 3,5°C. Precipitazione: 5 cm di neve il 17, e 19 cm il 18; come pioggia e neve fusa, 12,9 mm il 17 e 25,4 mm il 18. A Torino Buon Pastore (stazione ARPA), il 17 minima 0,6°C e massima 16,7 °C; il 18 minima 0,8°c e massima 8,3°C; precipitazioni come pioggia e neve fusa: 41,2 mm nei due giorni.
Qui di seguito, gli articoli di giornale apparsi nelle varie edizioni provinciali de La Stampa: praticamente in ogni provincia il titolo è più o meno lo stesso, ed in quasi tutte le province piemontesi appare lo stesso articolo del giornalista Minetti che lamenta la mancata previsione della neve fino in pianura. In Liguria, invece, la cronaca non riporta tanto il maltempo o la neve, ma l’effetto del vento sull’allargamento dell’enorme chiazza di petrolio che l’affondamento della Moby Prince aveva rilasciato tra Mar Ligure e Tirreno il 10 aprile 1991, ovvero solo pochi giorni prima.

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