Inquinamento atmosferico e cambiamento climatico: c'è un legame?

Inquinamento atmosferico e cambiamento climatico: c'è un legame?

In questi giorni invernali la pianura padana è nuovamente alle prese con un’enorme problema di inquinamento atmosferico, e si attende con ansia l’ingresso di un sistema frontale perché si crei un ricambio di aria che spazzi via la cappa di smog che da troppo tempo ammorba l’aria che respiriamo (vedi qui e qui). Peraltro è da un po’ di tempo che problemi simili, anche se con valori inferiori, sono registrati in quasi tutte le città italiane (vedi qui e qui). E apparentemente negli ultimi anni, nonostante gli sforzi di ammodernamento degli impianti di riscaldamento e del parco macchine e mezzi di trasporto, il problema dell’inquinamento pare aggravarsi.

Un rapporto pubblicato nel 2019 dall’Agenzia europea dell’ambiente mostra che il Bacino Padano, cioè l’area compresa tra la catena alpina, l’Appennino settentrionale e il mare Adriatico, è il luogo in cui la concentrazione delle sostanze inquinanti. Questa situazione spiacevole è dovuta soprattutto alla conformazione orografica del Bacino Padano, chiuso da montagne da tre lati su quattro. Il problema non è che vengono emesse molte più sostanze inquinanti rispetto ad altri paesi industrializzati, ma che in un’area orograficamente chiusa come la Pianura Padana è più complesso “diluire” queste alte concentrazioni perché l’aria ristagna, soprattutto d’inverno. E così il particolato si concentra negli strati atmosferici più bassi, cioé quelli dove noi viviamo, a causa delle sostanze emesse principalmente dalla combustione dei motori a scoppio degli autoveicoli, dall’usura dei freni e pneumatici e dal riscaldamento domestico e industriale, centrali per la produzione di energia comprese.

Fig. 1 – struttura dell’inversione termica sopra un’area urbanizzata, che favorisce il ristagno degli inquinanti. Fonte: slideshow.

In condizioni di alta pressione (anticicloniche), di notte e nelle giornate invernali si tende a formare un’inversione termica in prossimità del suolo o qualche decina-centinaio di metri al di sopra di esso (vedi Fig. 1). Un’inversione termica è una porzione di profilo verticale dove la temperatura, anziché diminuire con la quota, aumenta con essa (si inverte la derivata del profilo, cioè cambia segno). Dal momento che, in un’inversione termica, l’aria più calda (quindi meno densa e più leggera) sovrasta l’aria più fredda (quindi più densa e più pesante), si forma una configurazione stabile che sopprime i movimenti verticali e racchiude l’atmosfera sottostante impedendo gli scambi con quella al di sopra dell’inversione. L’atmosfera nello strato al di sotto dell’inversione termica rimane quindi chiusa e al suo interno si accumulano le sostanze inquinanti. Questo effetto è tanto maggiore quanto più forte e strutturata è la conformazione anticiclonica, mentre la concentrazione degli inquinanti tende ad aumentare con il tempo per via delle continue immissioni di sostanze inquinanti.

In tutto questo, quale ruolo ha il cambiamento climatico? Per rispondere cominciamo a osservare che il bacino del Mediterraneo è geograficamente collocato in una zona di transizione tra due zone climatiche, quella temperata tipica dell’Europa centro-occidentale e dell’adiacente oceano Atlantico, e quella subtropicale, tipica del nord Africa e della porzione di oceano Atlantico che ospita le isole Azzorre, caratterizzata d’inverno da alte pressioni. Le caratteristiche climatiche di queste due zone sono molto differenti: la fascia temperata ospita i flussi perturbati delle medie latitudini, con correnti mediamente occidentali lungo le quali si muovono i sistemi frontali che portano aria più fresca e precipitazioni, mentre la fascia subtropicale è dominata dagli anticicloni dinamici con aria più calda e secca. L’Italia si trova in questa zona di transizione, e quindi è interessata a fasi alterne da entrambe le tipologie di tempo.

Fig. 2 – circolazione generale dell’atmosfera

Da tempo si sa che il bacino del Mediterraneo risente più di altre zone degli effetti del cambiamento climatico: del resto, ricordiamo che il rateo di riscaldamento sperimentato nel secolo scorso sul territorio italiano è stato quasi doppio rispetto a quello globale, con una variazione di quasi 2 °C in un secolo. Sappiamo anche che il cambiamento climatico modifica i pattern globali della circolazione atmosferica, e in questo caso specifico i modelli affermano che il confine tra la fascia temperata e quella subtropicale è previsto spostarsi verso nord, tanto da far aumentare frequenza e intensità delle condizioni siccitose tipiche dell’area subtropicale anche sul territorio italiano. La pianura padana, in questo senso, essendo protetta a nord dalle Alpi, è ancora più a rischio in quanto soltanto i flussi meridionali sono forieri di precipitazioni abbondanti, mentre tutti i flussi con componente settentrionale provocano venti favonici secchi di caduta, e i flussi orientali portano aria fredda e provocano scarse precipitazioni.

Vediamo però cosa ci dicono i dati in merito. Abbiamo pensato di confrontare il clima del vecchio trentennio di riferimento (il periodo 1961-1990, che per anni è stato il riferimento usato per tutti gli studi climatici) con il clima dell’ultimo trentennio (1990-2019) in modo da verificare se effettivamente il bacino occidentale del Mediterraneo e l’Italia d’inverno sperimentano più condizioni anticicloniche. Abbiamo scelto di guardare l’altezza di geopotenziale a 500 hPa, grossolanamente assimilabile alla quota alla quale la pressione assume il valore di 500 hPa. Ci aiuta, al solito, il database NCAR/NCEP, che mette a disposizione i suoi dati.

Le Figure 3-4 mostrano il confronto tra i due climi, mentre in Fig. 5 è mostrata la differenza.

Fig. 3 – altezza di geopotenziale media (in m) negli inverni del trentennio 1961-1990. Dati NCAR/NCEP.
Fig. 4 – altezza di geopotenziale media (in m) negli inverni del trentennio 1990-2019. Dati NCAR/NCEP.

Il confronto mostra l’aumento del geopotenziale con l’avvicinarsi all’Africa, e si evidenzia la curvatura anticiclonica del flusso su Spagna e Francia. Apparentemente tuttavia non si scorgono differenze di rilievo, ma se uno guarda la mappa delle differenze tra le due configurazioni, le cose cambiano (Fig. 5).

Fig. 5 – differenze tra le altezze di geopotenziale medie (in m) negli inverni del trentennio 1990-2019 rispetto agli inverni del trentennio 1961-1990. Dati NCAR/NCEP.

Inftti si nota come proprio il nord Italia, insieme ad una porzione di territorio che racchiude la Francia ed i Pirenei e scivola a nord delle Azzorre sull’oceano Atlantico, sia presente una fascia di valori nettamente positivi. In realtà, i valori sono aumentati ovunque, ma in quelle zone in modo particolare. Si conferma, pertanto, l’ipotesi che la nostra nazione risenta in modo particolare della variazione delle configurazioni bariche, e c’è un forte indizio che questa variazione sia da attribuire al cambiamento del clima.

La ricetta per non farci soffocare dall’inquinamento è quella di cercare di limitare le emissioni. Dal momento che i combustibili fossili ricoprono un ruolo basilare nelle emissioni delle sostanze inquinanti, la soluzione per limitare l’inquinamento atmosferico coincide con la soluzione per ridurre le emissioni di gas serra: diminuire il consumo di combustibili fossili. Insomma, ci viene offerto un “prendi due, paghi uno”… come al supermercato.

Il record clamoroso della lotteria di Nenana: i ghiacci artici diventano sempre più granita

Il record clamoroso della lotteria di Nenana: i ghiacci artici diventano sempre più granita

Il famoso climatologo Gavin Schmidt ci informa, sul blog real climate, che il record della Nenana Ice Classic (la scommessa sul giorno in cui il fiume Nenana, che scorre nell’omonima città dell’Alaska, si libera dai ghiacci invernali) è stato di nuovo battuto, quest’anno, dopo che già nel 2016 era stato aggiornato. Il nuovo record aggiorna di ben otto giorni il precedente, relativo al 2016 (essendo il 2016 bisestile, in realtà l’anticipo reale è di nove giorni), il che appare abbastanza clamoroso.

Fig. 1 – Date della rottura del ghiaccio sul fiume Nenana dal 1924 a oggi. Fonte: IARC.

Come viene evidenziato in Fig. 1, il nuovo record si colloca a circa un mese di distanza, in anticipo, rispetto alle medie del trentennio 1981-2010, con i valori più tardivi dal 2014 pari ai valori più precoci prima di tale anno (escludendo 1926 e 1940, quest’ultimo rappresentante la data più precoce prima del 2016).
Schmidt cita l’anomalia di caldo registratasi in Alaska nei primi due mesi dell’anno (Fig. 2) come possibile concausa del record. Il che ci stimola a osservare come sono andate le cose da quelle parti. Per farlo, usiamo – come al solito – le mappe facilmente creabili con i dati NCEP/NCAR.

Fig. 2 – Anomalie di temperatura media superficiale registrate nel Nord America durante i primi due mesi dell’anno 2019, raffrontati alle medie del periodo 1981-2010. Fonte: NCEP/NCAR.

La mappa (Fig. 2) evidenzia come il territorio alaskiano abbia risentito di un’anomalia termica positiva su gran parte del suo territorio, con valori che, nella parte occidentale, hanno superato i 4 °C. Al contrario, una buona metà degli Stati Uniti ha registrato anomalie termiche negative, che in certi punti (la fascia centrale verso il Canada) hanno raggiunto -4 °C.


Fig. 3 – Anomalie di altezza di geopotenziale a 500 hPa registrate nel Nord America durante i primi due mesi dell’anno 2019, raffrontati alle medie del periodo 1981-2010. Fonte:
NCEP/NCAR .

Guardando la mappa (Fig. 3) delle anomalie di altezza di geopotenziale (in parole semplici, la quota alla quale sono misurati 500 hPa di pressione), si notano i valori ampiamente positivi sull’Alaska e quelli negativi che hanno interessato la parte occidentale degli USA e il Canada. In particolare, il valore assoluto dei primi è molto alto e coinvolge tutto il territorio dell’Alaska. Il regime di tempo che ne è conseguito ha avuto caratteristiche più anticicloniche del solito proprio sull’Alaska, con correnti discendenti che hanno contribuito a mitigare le temperature e, quindi, l’anticipo nella fusione dei ghiacci fluviali del Nenana. Al contrario, la fascia centrale degli USA ha risentito di frequenti saccature che hanno apportato aria più fresca del solito, o per più tempo.


Fig. 4 – Anomalie di temperatura media superficiale registrate in Europa durante i primi due mesi dell’anno 2019, raffrontati alle medie del periodo 1981-2010. Fonte: NCEP/NCAR.

E da noi, come è andato il bimestre? La maggior parte dell’Europa ha registrato un’anomalia termica positiva nei primi due mesi dell’anno (Fig. 4), eccezion fatta per la penisola iberica, il bacino occidentale del Mediterraneo (incluso il sud Italia, con la Sicilia più fresca) e quello orientale, e l’estremo nord della Scandinavia. L’area alpina mostra un’anomalia positiva di circa 0.5 °C – non troppo elevata, ma pur sempre positiva – la quale, associata alla scarsa quantità di precipitazioni, ha prodotto una forte riduzione del manto nevoso alpino rispetto alla media.

In definitiva, è ormai da sei anni che il fiume Nenana non apre più i suoi ghiacci dopo metà maggio. Nella serie di misure che data dal 1924, questo non era mai successo. Il record di quest’anno è sicuramente frutto di una situazione meteorologica abbastanza particolare, così come particolare è stato l’inverno anormalmente secco nel nord Italia e, al contrario, è stato molto umido nella zona del Colorado americano (comunicazione personale). Tuttavia è anche vero che non si tratta di un caso unico: in passato, situazioni simili sono già accadute e non facevano anticipare così tanto la data del disgelo. Mentre invece è diventato ormai quasi normale osservare anomalie molto positive su aree prossime al circolo polare artico. Quest’anno è stata l’Alaska a “beneficiarne”.

Fig. 6. – estensione del ghiaccio marino artico: confronto tra i valori del 2019 e le statistiche relative agli altri anni.

Il global warming concorre a “dopare” il sistema climatico, rendendo più facile l’aggiornamento di nuovi record “di caldo” – anche se non necessariamente sempre nelle stesse località – e questo ne è un tipico esempio. Tuttavia, anche se è ancora troppo presto per poter affermare che si sia raggiunto un “tipping point” da quelle parti, la discontinuità nei dati di questa particolare lotteria appare abbastanza preoccupante. Così come appare altrettanto preoccupante la continua riduzione dell’estensione dei ghiacci marini artici, che quest’anno hanno stabilito il nuovo minimo (Fig. 6). Insomma, i ghiacci artici si stanno sempre più trasformando in granite sotto i nostri occhi…

Lettera aperta alle forze politiche

Lettera aperta alle forze politiche

Sono imminenti le elezioni politiche, che decidono del futuro del nostro Paese. In questo contesto si dibatte – giustamente – di lavoro, sicurezza, immigrazione, salute, tasse, sviluppo economico, cioè dei temi che preoccupano maggiormente gli italiani.

Perché allora una lettera aperta alle forze politiche da parte di 19 scienziati italiani che si occupano di cambiamenti climatici e ambiente? Proprio per parlare di questi temi, in verità. Perché l’ambiente non è un argomento in più da introdurre nella campagna elettorale, bensì il quadro all’interno del quale, già oggi e ancor più in futuro, è inscritto il progresso del nostro Paese, il contesto di cui è necessario tenere conto per poter risolvere, in modo efficace e scientificamente fondato, i problemi che ci interessano.

I mutamenti climatico-ambientali sono infatti un fenomeno globale che già oggi è particolarmente evidente in Italia. Negli anni più recenti ne sono state colpite: le nostre attività produttive (prima fra tutte l’agricoltura, che deve affrontare il moltiplicarsi di eventi climatici estremi, con l’alternarsi di siccità e inondazioni, nel quadro di una complessiva riduzione delle risorse idriche tale da compromettere i raccolti in diverse regioni); i nostri fragili territori (l’intensificarsi delle alluvioni si inserisce in un contesto idrogeologico già molto critico, mentre l’erosione e l’innalzamento del mare colpiscono le zone costiere); la nostra salute (l’aggravarsi delle ondate di calore e l’incremento dell’inquinamento atmosferico di origine fotochimica aumentano le patologie e la nostra stessa mortalità).

E’ ormai chiaro come i prossimi 5 anni saranno decisivi, in Italia e nel mondo, per cercare di cambiare direzione e mitigare il riscaldamento globale attraverso il progressivo abbandono dei combustibili fossili. Abbiamo identificato molte possibili soluzioni scientificamente fondate e rilevato come esse incidano, come dicevamo, sui temi prioritari di questa campagna elettorale.

Prendiamo il lavoro. Lo sviluppo di un sistema energetico più efficiente e basato sulle energie rinnovabili è un modo concreto per creare nuovi posti di lavoro in Italia, e – contemporaneamente – contribuire a evitarci i danni climatici peggiori. Investire in ricerca e sviluppo, e in un settore agricolo che deve adattarsi ai mutamenti in atto attraverso tecniche innovative e nuove professionalità, sarebbe un fattore di competitività per il nostro Paese. Instaurare cicli produttivi circolari, che riutilizzino le materie prime, in un contesto di crescente scarsità di una serie di risorse, darebbe vita a produzioni manifatturiere ad alta innovazione e in larga misura non delocalizzabili. Un piano nazionale di tutela del territorio e di gestione delle risorse idriche, oltre a creare occupazione locale, sarebbe importante anche per la sicurezza dei cittadini. E un piano nazionale di lotta all’inquinamento atmosferico a partire dalle aree urbane, oltre a favorire imprenditoria innovativa, ridurrebbe i problemi di salute e allo stesso tempo la spesa sanitaria, che oggi sta esplodendo sempre più.

Venendo all’immigrazione, progetti di cooperazione per l’esportazione di tecnologie rinnovabili e l’adattamento nella zona del Sahel (da cui proviene circa il 90% circa dei migranti che arrivano in Italia) aiuterebbero ad attenuare i fenomeni migratori, in quanto il recupero di terreni degradati o desertificati ed il ripristino di aree coltivate e foreste offrirebbe alle popolazioni locali le risorse per restare nei loro Paesi.

Questi sono alcuni esempi tratti dalla nostra analisi, che offriamo al dibattito pubblico. Così, ci rivolgiamo a chi si sta preparando a governare il Paese perché contribuisca al dibattito ed offra agli elettori la possibilità di una scelta ponderata. In particolare, chiediamo a tutte le forze politiche di intervenire, al massimo livello possibile, ad un incontro pubblico con i membri del nostro Comitato scientifico nelle settimane precedenti al voto.

Abbiamo chiamato la nostra iniziativa “La Scienza al voto“. Sul nostro sito www.lascienzaalvoto.it i candidati e gli elettori troveranno l’analisi di dettaglio che è alla base di questa lettera aperta e potranno capire come i programmi delle forze politiche affrontino questi temi, giudicando quanto le direzioni intraprese siano scientificamente adeguate.

In questo momento così cruciale, speriamo che i media, come quello che gentilmente ci ospita, vogliano seguire ed alimentare un dibattito così importante.

Il Comitato scientifico di “La Scienza al voto”:

Antonello Pasini, fisico e climatologo, CNR (Coordinatore)

Carlo Barbante, chimico e climatologo, CNR e Università Ca’ Foscari, Venezia

Leonardo Becchetti, economista, Università di Tor Vergata, Roma

Alessandra Bonoli, ingegnere della transizione, Università di Bologna

Carlo Cacciamani, fisico e meteorologo, Protezione Civile

Stefano Caserini, ingegnere ambientale, Politecnico di Milano

Claudio Cassardo, meteorologo e climatologo, Università di Torino

Sergio Castellari, fisico, climatologo ed esperto di adattamento climatico, INGV

Andrea Filpa, urbanista, Università di Roma Tre

Francesco Forastiere, epidemiologo, CNR

Fausto Guzzetti, geologo, CNR

Vittorio Marletto, fisico e agrometeorologo, ARPAE Emilia-Romagna e AIAM

Cinzia Perrino, biologa ed esperta di qualità dell’aria, CNR

Nicola Pirrone, ingegnere ed esperto di cambiamenti globali e inquinamento atmosferico, CNR

Mario Motta, ingegnere dell’energia, Politecnico di Milano

Gianluca Ruggieri, ingegnere ambientale, Università dell’Insubria

Federico Spanna, agrometeorologo, Regione Piemonte e AIAM

Stefano Tibaldi, fisico e meteorologo, CMCC

Francesca Ventura, fisico e agrometeorologo, Università di Bologna e AIAM


Riferimenti utili:

La falsa petizione “contro le eco-bufale” del Prof. Zichichi e Il Giornale

La falsa petizione “contro le eco-bufale” del Prof. Zichichi e Il Giornale

Faccio uscire anche sul mio blog questo post uscito su Climalteranti sul tema del clima, e di come certi scienziati e giornali ne parlano in modo del tutto improprio e soprattutto costruendo un inesistente consenso alle loro posizioni. Il testo del post è opera collettiva e compare oggi su vari altri siti e blog.


Zichichi3Il 5 luglio è apparso su “Il Giornale” un articolo in cui il Prof. Antonino Zichichi ha ribadito le sue posizioni estreme sulla questione climatica, parlando di “eco-bufale”, di “terrorismo” e criticando in modo radicale la modellistica climatica; l’articolo è stato presentato da un titolo (si presume della redazione) in cui si definivano “ciarlatani” gli scienziati che ritengono che le attività umane stiano modificando il clima del pianeta.

Climalteranti ha già spiegato in un precedente post lo scarso spessore scientifico di questa ulteriore raffica di “zichicche”, nonché la stranezza della sezione intitolata “Appello della Scienza contro le eco-bufale” dove “La Scienza” sembrava rappresentata, oltre che dal prof. Zichichi in persona, dalle firme di venti scienziati.

Ora, questa cosa è parecchio strana per vari motivi. Il primo è che dei venti firmatari non ce n’è uno, che sia uno, che si occupi di clima. Sono quasi tutti fisici delle particelle o fisici teorici. La seconda stranezza è che non si capisce bene dall’articolo de “Il Giornale” che cosa queste persone abbiano firmato. Di quali “eco-bufale” si tratta, esattamente?

Così, abbiamo pensato di contattare direttamente i firmatari, chiedendo loro gentilmente se potevano darci qualche delucidazione su cosa avessero firmato e se fossero d’accordo con le idee di Zichichi. La lettera è stata firmata da 37 studiosi che in diverso modo lavorano nel settore dei cambiamenti climatici.

I risultati sono stati interessanti. Dei venti firmatari, cinque ci hanno risposto esplicitamente che non hanno firmato niente del genere e che NON sono assolutamente d’accordo con le opinioni di Zichichi e nemmeno con l’idea di chiamare “ciarlatani” e “terroristi” quelli che si occupano di clima. Degli altri 15, nessuno ha confermato che ha firmato sapendo cosa firmava e che è d’accordo con Zichichi.

Ad esempio:

– Isabell Melzer-Pellmann ci ha scritto: “sono molto dispiaciuta che il mio nome sia stato citato nel giornale con l’articolo del Prof. Zichichi, di cui non condivido le opinioni”;

– Michael Duff ci ha scritto: “potrei aver firmato una richiesta di sanzioni più dure contro l’inquinamento, ma è un peccato se la mia firma e l’articolo del professor Zichichi hanno creato l’impressione che io sia uno scettico sul clima, perché non lo sono”;

– Peter Jenni ci ha scritto: “è vero che ho firmato un testo in inglese con quattro punti, pensando (forse non abbastanza) che fossero ragionevoli. In nessun modo ho pensato che avrebbero implicato il contenuto o lo stile / le accuse riportato nell’articolo de Il Giornale firmato dal Prof. Zichichi”.

In sostanza, dalle risposte ricevute, ci sembra di capire che in una recente scuola di fisica tenuta a Erice sia circolata una breve petizione (“cinque righe in inglese”) in cui si parlava di agire con più forza contro l’inquinamento atmosferico, ma non si diceva niente delle particolari opinioni del Prof. Zichichi sulla scienza e sugli scienziati del clima.

Alla fine dei conti, sembra chiaro che qualcuno abbia sfruttato la buona fede di perlomeno alcuni (e forse molti) dei firmatari della “petizione” per una delle solite operazioni politiche dove si cerca di screditare la scienza del clima.

In conclusione, l’appello dei 20 scienziati contro le eco-bufale semplicemente non esiste: ci sono solo le tesi senza fondamento di un fisico delle particelle, a cui – e questa è la cosa più grave –, un quotidiano nazionale continua a dare credito. In spregio non tanto alle regole basilari della deontologia professionale che imporrebbero di controllare le fonti (su questo ci siamo abituati, non chiediamo tanto a Il Giornale), ma al buon senso.

Ecco il testo della lettera ai 20 scienziati presunti firmatari dell’appello pubblicato da “Il Giornale”:

Dear colleague,

You may be aware that your name and academic affiliation have been included in a list of signatories of an appeal related to climate change recently published in a National Italian newspaper (Il Giornale, 05-07-2017).

From the article as it has been published, it is difficult to understand what is exactly the text of the “appeal.” However, the title says that the signatories are against unspecified “climate hoaxes” and against “environmental terrorism.” The appeal seems to consist of (or at least to be in agreement with) a series of statements by Professor Antonino Zichichi which appear in the same pages. As scientists directly and indirectly involved in climate science, we find hard to follow the logic of Prof. Zichichi’s arguments and surely we don’t agree with his interpretation of climate science. We note also that the text includes branding as “charlatans” those who maintain that greenhouse gases can modify the earth’s climate.

We are, of course, open to discuss different interpretations of climate than the currently accepted ones. But we find hard to believe that a group of scientists who don’t seem to have qualifications and/or experience in climate science agreed to sign a document in which their colleagues engaged in climate science research are defined as charlatans and terrorists.

We therefore wonder whether you are aware of what exactly you signed and of how your signature has been presented and used in Italian media. On this point, we hope that you can provide us with a clarification.

For your information, we include a scan of the article that was published on “Il Giornale.” We also thought you might be interested in a list of the scientific organizations – which include many thousands of working scientists – which agree on the fact that climate change is the result of human activities. https://www.opr.ca.gov/s_listoforganizations.php.

Signed by the following scientists

Vincenzo Artale, ENEA, Roma

Carlo Barbante, Università di Venezia

Ugo Bardi, Università di Firenze

Alessio Bellucci, Centro EuroMediterraneo sui Cambiamenti Climatici, Bologna

Daniele Bocchiola, Politecnico di Milano

Giorgio Budillon, Università Parthenope, Naples

Carlo Cacciamani, Arpae-Simc, Bologna

Simone Casadei, Fuels Department, Innovhub-SSI

Stefano Caserini, Politecnico Milano

Claudio Cassardo, Università di Torino

Sergio Castellari, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia

Claudio Della Volpe, Università di Trento

Sara Falsini, Università di Firenze

Davide Faranda, LSCE-IPSL, Université Paris-Saclay

Paolo Gabrielli, The Ohio State University

Antonio Garcia-Olivares, Institute of Marine Sciences, Barcelona

Emilio García-Ladona, Institute of Marine Sciences, Barcelona

Mario Grosso, Politecnico di Milano

Klaus Hubacek, University of Maryland

Christian Kerschner, Masaryk University, Brno, Czech Republiic

Piero Lionello , Università del Salento

Luca Lombroso, Università di Modena

Vittorio Marletto, ARPAE Emilia-Romagna

Simona Masina, Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, CMCC

Maurizio Maugeri, Università di Milano

Luca Mercalli, The Italian Meteorological Society

Gabriele Messori, Stockholms Universitet

Daveide Natalini, Global Sustainability Institute, Anglia Ruskin University, Cambridge

Elisa Palazzi, Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (ISAC-CNR)

Antonello Pasini, CNR, and Università di Roma 3.

Ilaria Perissi, INSTM, University of Florence

Lulin Radulov, BSERC, Technical University of Sofia

Jordi Sole Olle, Institute of Marine Science, Barcelona

Stefano Tibaldi, Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici

Antonio Turiel, Institute of Marine Sciences, Barcelona

Marina Vitullo. National Institute for Environmental Protection and Research, ISPRA

Dino Zardi, Università di Trento

 

Testo del Comitato Scientifico di Climalteranti e di Antonello Pasini

Perché il mondo vuole dei meteorologi?

Perché il mondo vuole dei meteorologi?

Recentemente è uscito un video, a cura del WMO (World Meteorological Organization, cioé l’Organizzazione Meteorologica Mondiale, la cui sigla in Italia è OMM), che in poco più di quattro minuti spiega perché il lavoro dei meteorologi, e in generale degli idrologi e degli scienziati del clima, va acquistando una sempre crescente importanza nella società moderna.

Il messaggio che viene fuori dal video è del tutto condivisibile. In particolare, tra tutti i punti (che personalmente in gran parte condivido), vorrei sottolineare quando, circa al minuto 3:47, si dice che “i governi debbono investire in più programmi di laurea, più formazione in competenze specialistiche“. Una richiesta sicuramente valida in tutto il mondo, ma ancora di più nel nostro Paese, dove a livello universitario non esiste, attualmente, una laurea in meteorologia, e dove il numero di docenti che insegnano tale materia è estremamente ridotto (nell’ultimo censimento fatto, eravamo in cinque). Se, poi, ci spostiamo nell’ambito delle scienze del clima, il discorso si fa ancora più drammatico, visto che il numero di docenti è ancora inferiore (chi scrive è anche uno dei pochi a insegnare la fisica del clima). Un po’ migliore, invece, è la situazione dei corsi di idrologia, disciplina caratterizzante nell’ambito dei corsi di Ingegneria ambientale.

Un elenco delle risorse disponibili, a livello universitario, nel settore della fisica dell’atmosfera e della meteorologia è disponibile sul sito dell’AISAM (la neonata Associazione Italiana di Meteorologia e Scienze dell’Atmosfera), in particolare a questo link.

Nonostante tutto ciò, la formazione in meteorologia in Italia esiste ed è ottima: lo testimoniano le tante persone che operano in maniera pregevole in questo settore, anche se purtroppo sono dispersi in millemila enti. Non solo: posso dire, per testimonianza diretta, che la preparazione dei nostri laureati è molto apprezzata, anche all’estero, dove spesso essi ottengono facilmente le borse per i corsi di dottorato o postdoc, talora stupendo i ricercatori locali che li esaminano per la loro preparazione.

Tornando al video, siccome mi è sembrato un filmato ben fatto, ho pensato di creare la versione sottotitolata in italiano per chi non è pratico della lingua inglese. Tale filmato si trova qui, oppure anche qui su You Tube.

Qui c’è invece il link alla versione originale, sottotitolata in inglese.

Buona visione!

Global warming update

Global warming update

Il 2016 è ormai terminato, e ci sono già i dati del gennaio 2017, che secondo il database GISS si collocano a +1.175 °C rispetto alle medie del periodo 1880-1909, assunte a valori rappresentativi della media preindustriale. Tale valore è il secondo nella lista dei mesi di gennaio più caldi, dopo il gennaio 2016 (+1.385 °C) e il gennaio 2007 (+1.215 °C) e davanti al gennaio 2015 (+1.075 °C) e al gennaio 2002 (+1.005 °C), gli unici sopra la soglia di 1°C.

Abbiamo quindi deciso di ripresentare i grafici a spirale delle anomalie di temperatura (dati GISS) aggiornati al mese di gennaio 2017 incluso. Qui sotto vediamo la spirale dei soli dati.

spiral_only_data

Past (observed) global mean temperatures (GISS data), expressed as anomalies with respect to 1880-1909 period.

A seguire, i grafici che rappresentano i dati prima, e le simulazioni dei modelli dopo, con tre scenari prescelti, sempre espressi come anomalia termica rispetto al trentennio storico 1880-1909, estratti dai membri dell’esperimento CMIP. Il primo visualizza lo scenario con le emissioni più moderate (lo abbiamo definito “low emission”, e si riferisce al RCP 2.6 – ricordiamo che il numero indica la forzante radiativa, in W/m2).

spiral_data_rcp26

Past (observed – GISS data) and future (predicted – CMIP RCP 2.6 experiment member) global mean temperatures, expressed as anomalies with respect to 1880-1909 period, according to RCP 2.6 scenario.

Il secondo visualizza i dati e le simulazioni secondo lo scenario RCP 4.5, da noi definito “medium emission” in quanto si pone a metà, come forzante radiativa, tra i vari scenari possibili.

spiral_data_rcp45

Past (observed – GISS data) and future (predicted – CMIP RCP 4.5 experiment member) global mean temperatures, expressed as anomalies with respect to 1880-1909 period, according to RCP 4.5 scenario.

Il terzo, infine, visualizza dati e simulazioni secondo lo scenario RCP 8.5, da noi definito “high emission”, in quanto la forzante radiativa ad esso associata è la maggiore.

spiral_data_rcp85

Past (observed – GISS data) and future (predicted – CMIP RCP 8.5 experiment member) global mean temperatures, expressed as anomalies with respect to 1880-1909 period, according to RCP 8.5 scenario.

Gli stessi grafici sono qui di seguito visualizzati in modalità lineare. In questi ultimi non si vede ancora il dato relativo al gennaio 2017 in quanto rimarrà visibile sono dopo aver inserito anche il dato di febbraio.

linear_only_data

Past (observed – GISS data) global mean temperatures, expressed as anomalies with respect to 1880-1909 period.

linear_data_rcp26

Past (observed – GISS data) and future (predicted – CMIP RCP 2.6 experiment member) global mean temperatures, expressed as anomalies with respect to 1880-1909 period, according to RCP 2.6 scenario.

linear_data_rcp45

Past (observed – GISS data) and future (predicted – CMIP RCP 4.5 experiment member) global mean temperatures, expressed as anomalies with respect to 1880-1909 period, according to RCP 4.5 scenario.

linear_data_rcp85

Past (observed – GISS data) and future (predicted – CMIP RCP 8.5 experiment member) global mean temperatures, expressed as anomalies with respect to 1880-1909 period, according to RCP 8.5 scenario.

Ci sono pochi commenti da fare a questi grafici, ed ai dati a cui essi si appoggiano: i grafici “parlano da soli”. Il primo, e più banale, commento è che, guardando i grafici, si nota come l’accelerazione impressa negli ultimi anni ha portato i dati a sovrapporsi alle simulazioni dei modelli. Negli scenari che abbiamo definito come corrispondenti a livelli bassi e medi di emissioni, i dati si collocano su valori di anomalia molto elevati, e mostrano come, al momento, lo scenario di “concentration pathway” che più si avvicina ai dati è quello “high emission”, ovvero l’RCP 8.5.

Il secondo commento è che i primi valori disponibili per il 2017, quelli di gennaio, mostrano sì una lieve diminuzione, peraltro attesa (dal momento che l’episodio di El Niño è ormai terminato), ma non così significativa, dal momento che il valore rimane comunque sul podio.

Insomma, guardando all’accordo di Parigi, la strada per far rimanere le anomalie di temperatura entro i 2 °C rispetto ai valori preindustriali appare sempre di più in salita, soprattutto vista la notevole inerzia della politica, mentre l’opzione di rimanere entro 1.5 °C è di fatto ormai irrealizzabile, salvo cataclismi (come, ad esempio, l’arrivo di un grosso e imprevisto meteorite) che porrebbero comunque in secondo piano le questioni climatiche.